AZIONI PARALLELE
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NUMERO 7 - 2020
Azioni Parallele
Rivista on line a periodicità annuale, ha ripreso con altre modalità la precedente ultradecennale esperienza di Kainós.
La direzione di Azioni Parallele dal 2014 al 2020 era composta da
Gabriella Baptist,
Giuseppe D'Acunto,
Aldo Meccariello
e Andrea Bonavoglia.
Sede della rivista Roma.
I NOSTRI
AUTORI
Mounier
di A. Meccariello e G. D'Acunto
ed. Chirico
[compra presso l'editore Chirico]
Modern/Postmodern
ed. MANIFESTO LIBRI
[compra presso IBS]
Solitudine/Moltitudine
ed. MANIFESTO LIBRI
[compra presso IBS]
Vie Traverse
di A. Meccariello e A. Infranca
ed. ASTERIOS
[compra presso IBS]
L'eone della violenza
di M. Piermarini
ed. ARACNE
La guerra secondo Francisco Goya
di A. Bonavoglia
ed. ASTERIOS

L'immoralità della menzogna non consiste nella violazione della sacrosanta verità. Il diritto di richiamarsi a quest'ultima spetta meno che mai ad una società che sollecita i suoi membri coatti a parlare con franchezza per poterli poi più facilmente acciuffare.[…] L'errore è nell'eccessiva sincerità. Chi mente si vergogna, perché, in ogni menzogna, è costretto ad avvertire l'indegnità dell'assetto universale che, mentre lo costringe a mentire se vuol vivere, non cessa di ripetergli di «essere sempre leale e sincero». Questa vergogna toglie ogni forza alle bugie degli individui più sottilmente organizzati. Essi mentono maldestramente, e solo così la menzogna diventa un'immoralità verso l'altro. Essa mostra di considerarlo uno stupido, e serve all'espressione del disprezzo. Tra gli scaltriti pratici di oggi, la menzogna ha perso da tempo la sua onorevole funzione di ingannare intorno a qualcosa di reale. Nessuno crede più a nessuno, tutti sanno il fatto loro. Si mente solo per fare capire all'altro che di lui non ci importa nulla, che non ne abbiamo bisogno, che ci è indifferente che cosa pensi di noi. La bugia, un tempo strumento liberale di comunicazione, è diventata oggi una tecnica della sfrontatezza, con cui ciascuno spande intorno a sé il gelo di cui ha bisogno per vivere e prosperare.
[Th. W. Adorno, Minima Moralia]
F for Fake, un film di Orson Welles del 1973, era dedicato, in particolare, ai falsari d’arte, ma aveva la specificità di essere diretto e interpretato, in prima persona, proprio da un principe del falso. Qualche decennio prima, infatti, nel 1938, la radio americana aveva trasmesso un programma destinato a segnare un’epoca, The War of the Worlds, una trasposizione radiofonica del romanzo di Herbert George Wells, operata dal quasi omonimo Welles, secondo un modello completamente nuovo, ovvero attraverso l’adesione mimetica della fiction al reality. L’esito tragicomico della trasmissione, scambiata per un vero radiogiornale da migliaia di ascoltatori, può ancora ai nostri tempi, e soprattutto al giorno d’oggi, farci riflettere sul potere dei media. Che cos’era “verità” nella trasmissione di Welles? E che cos’era la calunnia nell’Othello (1952), uno dei suoi capolavori, dove l’onesto Jago suggerisce connessioni tra frasi ed eventi, ricostruisce scenari improbabili per la trappola micidiale in cui precipitano la povera Desdemona e l’ingenuo Moro di Venezia? In un montaggio pirotecnico e frenetico, il falso occupa la scena, massacrando la verità, ritagliandosi nettamente e obliquamente il proprio ambito vitale nello spazio delle brucianti passioni umane.
I filosofi si interessano della verità. In nome della verità, i filosofi ne aggrediscono la rappresentazione, l’immagine che, moltiplicata in mille specchi, riduce la vita a spettacolo, il senso a esibizione, il sapere a moda. Ma essi sono tutti nutriti dell’aria che respirano e comprendono che il punto di vista di chi confuta le forme del falso fa parte della stessa procedura di ricerca della verità.
Sceverare, scegliere, raccontare, distinguere il vero dal falso: sono tutti questi i compiti di chi esercita il mestiere di filosofo. In un breve testo del 1888, dal titolo Come il mondo vero finì per diventare favola, Nietzsche diagnostica in sei fulminanti proposizioni il nichilismo come esito della modernità, demolendo la nozione di verità che aveva retto tutte le impalcature della tradizione metafisica occidentale. Contenuta nell’opera Crepuscolo degli idoli, questa pagina è una summa non solo del pensiero nietzscheano, ma è soprattutto la storia dell’errore, da intendersi come il vizio dei filosofi che hanno sempre sdoppiato il mondo: un mondo “terreno”, falso, infido, senza importanza e un mondo “celeste”, il mondo delle essenze, l’unico da prendere sul serio e per “vero”.
E se la filosofia rinunciasse al suo compito ineludibile di misurarsi con il problema della verità? E provasse invece a esplorare la potenza del falso? A decostruirne la matrice? Il falso è stato l’arma ideale per eliminare un nemico, o un popolo nemico o una razza nemica, dall’Affaire Dreyfus fino ai Protocolli dei Savi di Sion. Quando Dreyfus fu arrestato con l’accusa di tradimento, nella lingua europea entrarono due termini nuovi: pogrom e antisemitismo. È la prova che il falso genera parole, genera una lingua.
Il filosofo francese Jean Baudrillard (1929-2007) è considerato da tutti il pensatore della sparizione della realtà: simulazione, iperrealtà, realtà virtuale. Nel corso dell’intera sua opera, si è impegnato in un esercizio di descrizione dell’evidenza invadente della simulazione, del delitto perfetto che cancella la realtà. Egli ha messo più che in dubbio il concetto di realtà, affermando che, nell’era della comunicazione virtuale (televisiva, radiofonica, giornalistica e informatica), i fatti scompaiono e cedono il posto a una realtà apparente che ne è l’esatto contrario. Queste tesi di Baudrillard fanno riflettere. E specialmente oggi, nell’epoca della clonazione, della manipolazione, delle simulazioni computerizzate. Stiamo realmente diventando la (brutta) copia di una umanità che, di fatto, ha smesso di esistere, sostituita da una copia più “perfetta” dell’originale?
Le fake news ci aggrediscono con i nuovi strumenti del comunicare. Ma se è l’ignoranza a guidare spesso l’agire del falsario inconsapevole, non è affatto nuova la mano del falsario addestrato, sapiente, manipolatore. Come non ricordare le beffe di Han van Meegeren, l’uomo che riuscì a spacciare per veri Vermeer i quadri dipinti da lui stesso con abilità e tecnica sopraffina? Come non ricordare l’infinita diatriba sul Papiro di Artemidoro, forse autentico, forse invece frutto del genio maligno di Costantino Simonidis, il più grande falsario dei tempi moderni?
Lo smascheramento delle falsificazioni, la revoca dell’errore, la critica dei suoi presupposti e dei suoi effetti perversi, è l’unico pathos che i cercatori della verità rivendicano. La verità non si uniforma a regole, non si sottopone a leggi, a specie e generi, non si confonde con la doxa, non cessa di disturbare i pensieri del benpensante. In quanto creazione, mette in questione, lavora una materia, fa saltare le gerarchie degli essenti, modifica gli assetti e rovescia i concetti. Tutto ciò disloca la filosofia, ossia la lotta per la verità, in un territorio di frontiera, in un corpo a corpo con le innumerevoli fenomenologie dell’errore e del falso, con lo spaccio delle facili verità e della verità che semplifica, ma anche della verità che, per costituzione, è più fragile della menzogna e meno pervasiva. La menzogna interseca invece i suoi doppi, (manipolazione, copia, simulacro, falsa coscienza) che la rendono invasiva e dilagante, nelle forme della vita individuale e sociale. A differenza della verità che ama esporsi, la menzogna “ama nascondersi”: è un’arma che rientra nel fodero, come il silenzio di Jago dopo che questi ha colpito nel segno.
Impossibile, nella situazione attuale, in cui la menzogna è la condizione normale dei rapporti sociali e gli stessi atti del soggetto sono permeati di illusioni, inganni, false percezioni di sé, avanzare l’istanza classica di una confutazione delle proposizioni sofistiche. Se è vero, come affermavano gli antichi, che la confusione tra realtà e apparenza si determina a causa di una «certa somiglianza» (Aristotele, Confutazioni sofistiche, 164 a, 25) tra di esse, la difficoltà della confutazione, a causa della proliferazione delle forme dell’apparente e del falso, fa leva sulla difficoltà di identificare e definire l’identità del vero. La proliferazione dei messaggi, dei discorsi, delle opinioni, simili al vero, ma false, o delle azioni e dei segni né veri né falsi, non rende possibile una linea netta di demarcazione tra vero e falso. Si pensi al mentire come atto intenzionale, come specifica forma dell’agire politico e agli effetti devastanti che la menzogna può produrre in una democrazia.
L’argomento è approfondito da Hannah Arendt e ripreso nel dibattito contemporaneo. Nel suo saggio del 1971, La menzogna in politica. Riflessioni sui Pentagon Papers, pubblicato sulla «New York Review of Books», la pensatrice tedesca spiega come la politica utilizzi la menzogna per aprirsi uno spazio di azione e di manipolazione dei fatti. L’occasione le è data quando il «New York Times» pubblicò, in quello stesso anno, alcuni documenti secretati del Dipartimento della Difesa americano, che contenevano i piani attuati dal governo nel corso della guerra in Vietnam: guerra che poteva essere evitata perché era impossibile da vincere. Migliaia di vite di giovani americani potevano essere salvate. Ma l’amministrazione americana preferì costruire una ragnatela di bugie protratte per decenni, manipolando i dati e nascondendo la verità. L’indagine arendtiana mostra come la menzogna, in quanto linfa che alimenta la politica, comporti gravi colpi inferti alla democrazia.
La storia si ripete negli USA, il 5 febbraio 2003, quando l’allora segretario di Stato, Colin Powell, tiene un discorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in cui parla di armi di distruzione di massa di cui disponeva il dittatore iracheno Saddam Hussein, adducendo prove credibili circa l’uso di esse. Nei mesi successivi si scoprì che gran parte delle informazioni e delle ricostruzioni presentate da Colin Powell erano false. In Iraq, non c’erano laboratori mobili, né enormi arsenali di armi di distruzione di massa. In queste condizioni, si tratta di chiedersi, con Hannah Arendt, se sia proprio l’essenza della verità a essere impotente e l’essenza del potere a essere ingannevole.
In tal modo, la menzogna diventa moneta corrente: come essa non si può evitarlae, così non si è in grado di smascherare il falso, secondo quanto vorrebbe Aristotele. Giocano in fondo su apparenze, ambiguità, pseudo-evidenze la stessa concezione dialettica che cerca la mediazione e la conversione dellamenzognanel falso o viceversa, così come quella che ne prepara la confezione linguistica e comunicativa a fini pratici e in vista dell’effetto. La confutazione, come «prova della proposizione contraddittoria a una certa conclusione» (Aristotele, Confutazioni sofistiche, 167 a, 25) diventa difficile o impossibile, a causa dell’ambiguità crescente di tutti i termini e segni della comunicazione. Se l’apparente verità intrattiene una relazione di similarità con il vero, può scambiarsi con la copia, inaugurando quella configurazione “meravigliosamente ricca” (Foucault) che è costellata di simulacro, similitudine, simultaneità, simulazione e dissimulazione. Il simulacro vivente (il personaggio di Roberta nella trilogia de Le leggi dell’ospitalità del romanziere e saggista Pierre Klossowski) scopre in sé una perdita di identità che rende difficile anche l’imputazione della responsabilità della colpa, della menzogna e dell’inganno. Lo stesso essere, insomma, si presenta come una moltiplicazione di simulacri. Certamente il falso in cui si incorre per errore non deriva da una macchinazione, da un’intenzione di ingannare. Ma il falso intenzionale, il falso prodotto ad arte dai falsari, per essere credibile, deve non soltanto somigliare alla verità, ma tentare di sostituirsi completamente a essa, utilizzando la semplificazione, la reiterazione del messaggio, le tecniche di seduzione della massa.
Il falso è la scimmia della verità. Si ripropone il problema della sua costituzione, perché, accanto alla falsificazione costruita ad arte, per ingannare e condizionare, esiste l’auto-inganno: il mentitore crede a un certo punto di dire la verità, ne è persuaso. Ma il testimone che si crede verace è completamente tale? Le filosofie a sfondo ontologico, ermeneutico, linguistico, pragmatico hanno posto il problema della falsificazione nel territorio della non-verità, confidando che il cuore della verità resti immacolato e riscrivendone l’articolazione all’interno dei territori della storia e del linguaggio. Le contaminazioni tra verità ed errore, informazione e deformazione, verificazione e falsificazione rinviano, però, a delle liaisons dangereuses inconfessabili, che nessun realismo potrà mai cancellare. Stranamente la potenza del falso, eretta a sistema nei circuiti della comunicazione, si nutre della stessa linfa del vero, al quale è legata da mille intrecci. D’altra parte, le filosofie della post-verità non riescono a fondare il loro assunto senza un’asserzione incontrovertibile, e dunque vera, con l’unica alternativa di autoconfutare anche la loro pretesa di negare la verità. La verità è in connessione con i concetti di storia e di linguaggio, come referenti fondamentali con cui fare i conti per prodursi. Ma sono proprio questi, però, i campi preferiti di intervento della falsificazione. I due campi opposti sembrano intimamente legati. L’essere, la verità, il logos o ragione sono altrettanto fondamentali quanto i loro opposti. Si determina così una situazione paradossale: chi cerca di confutare o di smascherare le falsificazioni della verità, l’illusione e l’inganno, nell’accezione della genealogia nietzscheana, non può farlo se non ricostruendo i confini stessi della verità.


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