Azioni Parallele

NUMERO 4 - 2017
Azioni Parallele
è una rivista on line a periodicità annuale, che continua in altre modalità la precedente ultradecennale esperienza di Kainós.
La direzione di Azioni Parallele è composta da
Gabriella Baptist,

Aldo Meccariello
e Andrea Bonavoglia.
La distribuzione è affidata a Ergonet (VT).

La sede della rivista è Roma.

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Il pluriverso mediterraneo

 

1. Un mare di differenze

Che cos’è il Mediterraneo1? Che cosa è stato e che cosa potrebbe essere questo mare circondato da terre, culla dell’Europa e dell’Occidente, oggi trasformato in un immenso sepolcro? Da un punto di vista geostorico il Mediterraneo esibisce la faglia prodottasi dall’incontro e dallo scontro dei tre continenti che si affacciano sulle sue sponde: Europa, Africa, Asia, delle tre religioni del Libro, che spesso si sono combattute – e continuano ancora oggi a combattersi – per imporre il proprio credo: Ebraismo, Cristianesimo, Islam. Il Mediterraneo è un “mare di differenze” religiose, culturali, linguistiche, che, al di là dei sanguinosi conflitti che ne hanno scandito la storia, sono state anche capaci di dialogo, di reciproca fecondazione, di fruttuosi intrecci e straordinaria osmosi2. Un mare ricco di sponde e di porti, che ha sempre favorito la ricerca di contatti, di scambi, di passaggi, di possibili traduzioni. Mai “uno”, il Mediterraneo si dice sempre al plurale: i Mediterranei.

Forse nessuno meglio di Braudel ha colto il carattere intrinsecamente plurale di questo spazio nonostante tutto unico e singolare:

Che cos’è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Viaggiare sul Mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l’Islam turco in Iugoslavia. Significa sprofondare nell’abisso dei secoli, fino alle costruzioni megalitiche di Malta o alle piramidi d’Egitto. […] Tutto questo perché il Mediterraneo è un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere. E anche le piante.3

Il modello di identità plurale del Mediterraneo ci può anche servire per capire che cos’è una cultura. Contro ogni mito di autoctonia e di chiusura identitaria, come ha ricordato Jacques Derrida, «il proprio di una cultura è di non essere identica a se stessa»4, il che non significa affatto né rinunciare all’identità né predicare un multiculturalismo, inteso come indistinta commistione di elementi eterogenei. Se la cultura è sempre coltivazione di ciò che appartiene più propriamente a specifiche tradizioni e ad una determinata storia, tuttavia, proprio per questo, essa può mantenersi in vita solo nella misura in cui rimane aperta al confronto con le altre culture, lasciandosi attraversare da ciò che non le è “proprio”. Non essere identica a sé, per una cultura, significa allora riconoscere l’impossibilità di concepire l’identità culturale come qualcosa di statico, fissato una volta per sempre e chiuso in se stesso, ma come continuo scambio, osmosi, dialogo, soprattutto traduzione con l’altro, con l’estraneo5. Una cultura che si chiudesse intransitivamente entro la propria rassicurante presunta identità, sarebbe infatti destinata ben presto all’irrigidimento che prelude alla morte, giacché solo dall’incessante confronto con l’altro, con ciò che viene da fuori, essa può mantenersi davvero viva e vitale. Per due ragioni simmetricamente contrapposte una cultura può rischiare il declino: a causa di un eccessivo arroccamento e chiusura in se stessa, che conduce ad una morte per asfissia, e a causa dello smarrimento totale, provocato dall’imporsi di una mono-pseudo-cultura a livello planetario che, come un esperanto, senza radici e senza storia, pretenda di omologare e uniformare, attraverso una lingua ed un pensiero unici totalmente deterritorializzati, l’intero orbe terraqueo.

Per tutte queste ragioni il Mediterraneo non è solo un insieme di luoghi di straordinaria bellezza paesaggistica e ricchezza culturale, ma rappresenta – come d’altra parte anche l’Europa che su di esso si affaccia – il modello per eccellenza di ciò che si dovrebbe intendere come cultura: uno spazio geostorico nel quale civiltà diverse, scontrandosi e/o incontrandosi, combattendosi e/o dialogando, hanno trasformato queste molteplicità non in una piatta monocultura, ma in una identità plurale composta di differenze che, pur tra mille difficoltà, tendono a rispecchiarsi in un unico mare rivelando inconfondibili tratti comuni6. A questa identità irriducibilmente plurale7, a partire dalla quale anche l’Europa dovrebbe ripensare se stessa, diamo il nome di Mediterraneo. Un nome singolare-plurale, poiché designa un insieme coerente e riconoscibile per un lungo tratto di storia e, al contempo, non cancella le differenze singolari che lo compongono.

Il Mediterraneo, insomma, ci interessa non solo in quanto Mare Nostrum, magari da riscoprire con nostalgia antiquaria, ripensando a quando era umbilicus mundi, ma come possibile laboratorio di una costruzione culturale, sociale, politica che riguarda innanzitutto l’avvenire dell’Europa e, con esso, l’avvenire stesso del nuovo assetto mondiale.

  

2. Traversate mediterranee

Che il Mediterraneo sia, sin dall’inizio, strettamente legato al destino dell’Europa, ce lo suggerisce, d’altro canto, anche il mito8. La storia di Europa comincia sulle sponde del Mediterraneo, in Fenicia, in quell’estremo lembo di terra che a Oriente ne delimita il confine. Al Mediterraneo e alle sue isole è infatti legata la vicenda del suo rapimento da parte di Zeus. Il mito racconta che, quando egli vide Europa, figlia del re dei Feaci, la bella fanciulla dall’“ampio volto” – secondo una possibile etimologia della parola “Europa” – raccogliere fiori sulla riva del mare, presso il promontorio di Tiro, se ne invaghì a tal punto che, assunte le sembianze di un docile toro bianco, decise di sedurla e di trascinarla con sé in una prodigiosa traversata del mare fino a Creta, dove infine, trasformatosi in aquila, si congiunse con lei. È dunque dalle rive del Mediterraneo, dalle sue coste frastagliate, disseminate di insenature e di porti, di promontori e di isole, che la storia di Europa comincia e qui, in questo mare che ha attraversato in sella a quel singolare destriero, è riposto forse il senso ultimo non solo della sua origine e delle vicende della sua storia, ma anche del suo avvenire. Europa trasgredisce il mito della chiusura e dell’autoctonia, comincia la sua storia a partire da un esodo e da una traversata che da Oriente la spinge verso Occidente, verso quelle terre che prenderanno il suo nome. Cadmo, che insieme agli altri fratelli si mette a cercare la sorella Europa rapita, sarà il fondatore, in Grecia, di Tebe, città a cui, secondo il mito, trasmetterà l’alfabeto fenicio. Il Mediterraneo è il mare della migrazione delle lingue9, del compito interminabile del traduttore10.

È il mare delle molte lingue parlate dall’apostolo Paolo nei suoi frequenti viaggi per il Mediterraneo. Ebreo della diaspora e cittadino romano di Tarso, fiorente centro culturale e commerciale della Cilicia, nell’Asia minore, ai bordi del Mediterraneo, Paolo si trova a vivere sullo spartiacque tra più mondi (Ebraismo ed Ellenismo, Oriente e Occidente) e al crocevia di molte lingue, di cui aveva perfetta conoscenza (il greco della parola scritta e parlata, l’ebraico della parola sacra, l’aramaico di Gesù e dei suoi primi seguaci, il latino dell’Impero). L’apostolo dei gentili rompe la chiusura di Israele e il «muro della separazione», per offrire a tutti, senza alcuna preclusione, un evangelo di salvezza dalla portata universale. Nei suoi numerosi viaggi missionari egli si spinge a toccare i più importanti porti del Mediterraneo, le sue isole, le sue coste e sosta nei suoi centri cosmopoliti più importanti (Tarso, Antiochia, Gerusalemme, Filippi, Tessalonica, Atene, Corinto, Efeso, Roma). Com’è stato notato: «Benché nato nella Diaspora, Saul non è uno sradicato; non è né sarà mai un avventuriero del viaggio […]. Il viaggio avrà sempre, per lui, un carattere funzionale, con obbiettivi precisi e una durata limitata; il ritorno a Gerusalemme è previsto sempre, anche se ciò comporta difficoltà e rischi. Insomma, Saul ha assimilato lo schema greco del “periplo”»11.

Se breve è la traversata mediterranea di Europa, in sella al toro bianco, più lunghi e frequenti furono i peripli missionari di Paolo nel Mediterraneo, fino all’ultimo viaggio senza ritorno, intorno all’anno 60, che lo condurrà prigioniero a Roma, essendosi appellato a Cesare. Una lunga navigazione, tra porti e isole, iniziata salpando da Cesarea per raggiungere, poco più a nord di Tiro, il promontorio e il porto di Sidone, antica e importante città di origine fenicia, sempre sulla costa orientale del Mediterraneo, per iniziare da lì la traversata, costeggiando l’isola di Cipro, facendo tappa a Myra, in Licia, e a Creta, per raggiungere infine Malta, scampando ad una tempesta che per quattordici giorni porta alla deriva l’imbarcazione e mette a repentaglio la stessa vita dei passeggeri. Da Malta il viaggio proseguirà, su rotte più sicure, toccando i porti di Siracusa, Reggio Calabria e Pozzuoli, per poi giungere di lì, a piedi, fino a Roma, città nella quale verosimilmente Paolo troverà la morte in circostanze che gli Atti degli Apostoli non chiariscono.

Ma è soprattutto il periplo di Ulisse, con il suo interminabile nostos, a rappresentare certamente il modello per antonomasia della traversata mediterranea, che non segue mai linee diritte, ma preferisce costeggiare, sostare, andare di porto in porto, di isola in isola, da sponda a sponda. Per questo Ulisse è un eroe mediterraneo: anche se le rotte che segue sembrano spesso un andare alla deriva, anche se il suo viaggio di ritorno è costellato di infinite diversioni e di lunghi oblii, esso, alla fine, non dimentica l’approdo ultimo verso cui tende, Itaca, la piccola isola mediterranea dell’arcipelago delle Ionie, dalla quale un tempo era partito. Dieci lunghi anni di peregrinazioni furono necessari per vincere l’ostilità di Poseidon e poter finalmente far ritorno a casa. Tra terra e mare, il nostos di Ulisse celebra l’epopea del Mediterraneo ed è tutto racchiuso entro la sua misura. Se nell’Iliade egli è soprattutto l’astuto eroe acheo che escogita il marchingegno del cavallo di Troia, nell’Odissea, fin dal proemio, Ulisse è definito andra polytropon, l’uomo multiforme, che molto a lungo andò errando (os mala pollá planchthe).

Che cosa ci raccontano questi viaggi e che cosa ha oggi ancora da dirci Ulisse, quest’uomo versatile, le cui vicende rappresentano uno dei miti fondativi della radice mediterranea dell’Europa?

Ulisse non attraversa spazi, ma, solcando un mare ricco di isole e ovunque circondato da terre, approda nei porti, abita luoghi, ascolta lingue diverse, da straniero incontra altri stranieri, da una sponda all’altra del Mediterraneo, affronta il rischio e i pericoli del rapporto con l’alterità, riceve, come alla reggia dei Feaci, il dono dell’ospitalità. Non uniforme distesa da attraversare, ma pontos è il mare di Ulisse, strada, via che congiunge, che collega, che mette in rapporto sponde differenti. Tra terra e mare, il periplo di Ulisse è davvero mediterraneo, una grandiosa epopea delle sue coste frastagliate e dei suoi promontori, delle sue insenature e dei suoi stretti, della straordinaria fioritura di isole, da Ogigia, l’isola di Calipso, a Scheria, la terra dei Feaci, alla Sicilia o alla stessa Itaca, per citare solo le più note. Egli si affida al vento e alla forza delle braccia e la rotta che segue non la ricava da carte nautiche, come quelle di cui si servì Colombo; ha solo le stelle, a guidarlo, e le tempeste a farlo ogni volta smarrire. Nessuna fretta, nessuna urgenza incalzano Ulisse nel suo lento peregrinare sulla via del ritorno, poiché conosce l’arte dell’indugiare e del sostare. Ogni porto non è solo porta d’entrata, che accoglie lo straniero, ma anche porta d’uscita, tappa, in vista di nuovi arrivi e partenze. E le soste possono essere più o meno lunghe, l’intrattenersi più o meno piacevole, spesso dimentico di quel richiamo che, con forza irresistibile, lo sospinge al nostos,alla terra natale e agli affetti domestici, senza nostalgia, perché altrettanto seducente, come il canto delle sirene, è il richiamo che viene dal mare, la voglia di salpare, di conoscere, di esplorare, di incontrare mondi e culture diverse. Il richiamo della Terra e quello, opposto, del Mare, il desiderio della casa e quello, contrario, della nave, nella loro costante tensione, dettano la misura e il limite dell’esistenza mediterranea di Ulisse.

Il Mediterraneo di Ulisse può insegnarci un altro modo di attraversare il tempo e lo spazio, può indicarci un modo diverso di abitare l’Europa, che in esso si rispecchia, e quel globo che è diventato il luogo del nostro esistere planetario?

  

3. Il dilemma dell’Europa

Per capire la genealogia della globalizzazione è necessario partire da un altro mare, dall’Atlantico, e dalla figura di un altro celebre navigatore, Colombo, l’audace condottiero transoceanico, l’Ammiraglio del Grande oceano. È nella contrapposizione tra Ulisse e Colombo, tra Mediterraneo e Oceano, che l’Europa, con la scoperta del Nuovo Mondo, rischia di perdere il senso della propria misura mediterranea. Carl Schmitt, l’autore di uno dei testi capitali del Novecento, Il nomos della terra12, in cui, con grande acutezza, ha ricostruito la storia dello Jus publicum Europaeum, individua proprio nel viaggio di Colombo non solo l’inizio della globale Zeit e dell’epoca moderna, ma anche l’inizio di quella rivoluzione spaziale che, da ultimo, decreterà la fine della stessa Modernità e l’affermarsi di ciò cui oggi diamo il nome di globalizzazione. Basandosi sulla sua concezione geofilosofica, esemplarmente espressa in un bellissimo saggio del 1942, Land und Meer13, Schmitt coglie nella contrapposizione tra questi due elementi la storica contrapposizione tra potenze di terra e potenze di mare per il dominio del mondo e per l’imposizione di una specifica forma di esistenza, proseguendo nel solco già tracciato da Hegel nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia, le quali, com’è noto, risentono fortemente dell’influsso della Erdkunde del geografo Carl Ritter, suo collega all’Università di Berlino.

Il viaggio di Colombo, ben al di là delle sue iniziali intenzioni, non solo era destinato a confermare quanto già nel mondo antico si supponeva, ossia che la terra fosse rotonda, e che dunque, partendo dal porto spagnolo di Palos, dirigendo la prua a occidente, si sarebbero prima o poi dovute incontrare le terre orientali delle Indie. La sua reale impresa, che impresse una svolta epocale alla storia dell’umanità, tanto da far pensare ad una Neuzeit14, ad un tempo “nuovo”, fu la scoperta di un Nuovo Mondo, fino a quel tempo sconosciuto, un intero vasto continente fino ad allora assente dalle carte geografiche, che prenderà il nome di America.

Ma l’aspetto certo più significativo di tale evento non fu tanto la conquista di nuove terre, né l’aver violato il Termine di quelle colonne d’Ercole che, per tutto il mondo antico, erano state il limite invalicabile del Mediterraneo. Già da tempo, infatti, gli audaci cacciatori di balene dei mari del Nord si erano spinti in quello che, ancora all’epoca, era considerato el mar Tenebroso, abitato da inquietanti mostri marini. Sospinti ad aprirsi nuove rotte, andando all’inseguimento del grande cetaceo, furono proprio i balenieri coloro che, ben prima di Colombo, non seppero resistere al potente richiamo dell’Oceano. A Melville, che nel suo celebre romanzo del 1851 Moby Dick ne consacrerà l’epopea, Schmitt renderà un significativo omaggio, affermando in Terra e mare: «Melville è per gli oceani del mondo quello che Omero fu per il Mediterraneo orientale»15. Quale fu, allora, questa novità così dirompente che costrinse a pensare che stava per cominciare una nuova epoca? L’assoluta novità non consistette nella traversata dell’Oceano, durata ben 79 giorni, dal 3 agosto 1942, giorno della partenza da Palos, al 12 ottobre, data dell’approdo nell’isola ribattezzata da Colombo con il nome di San Salvador; il tempo nuovo si annunciava davvero innanzitutto nella mappa nautica che Colombo aveva disegnato di suo pugno, oggi conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi, a partire da quella fornitagli dal celebre cartografo Paolo Dal Pozzo Toscanelli. Proprio quest’ultimo, in base alle sue cognizioni geografiche, aveva incoraggiato Colombo a intraprendere il suo viaggio, corroborando e dando ulteriore alimento alle sue congetture. È questo aspetto che rende così diverse le traversate oceaniche di Colombo dai peripli mediterranei di Ulisse, unitamente allo spirito, tutto moderno, dell’esplorazione, della scoperta e della conquista.

Proprio perché il globo terrestre è stato ridotto a tabula, ad una superficie raffigurabile su di un piano orizzontale bidimensionale, su di una mappa, Cristoforo Colombo è, insieme, l’iniziatore dell’era globale e della Modernità16. Certo, Colombo, come abbiamo detto, è anche colui che, con il suo viaggio,offre una prova inconfutabile della sfericità della Terra, ma lo dimostra solo al prezzo e per mezzo della sua stessa negazione. Proprio nella misura in cui la sua scoperta è il frutto della sapienza cartografica del tempo, oltre che dei prodigiosi sviluppi della tecnica velica, che la terra sia un globo viene al tempo stesso dimostrato e negato. I mappamondi sferici che, dopo la scoperta del Nuovo Mondo, si moltiplicheranno, non sapranno infatti interpretare questa sfericità altrimenti che come un planisfero, come la superficie di una tabula.

Ben prima della rivoluzione scientifica che, con Copernico, Bacone e Galilei imprimerà il suo inconfondibile marchio alla Modernità, attraverso quel processo di matematizzazione che investe il cosmo, le sue leggi e la natura nel suo complesso, quella che Schmitt ha chiamato «rivoluzione spaziale», è una rivoluzione che, come sostiene in modo assai convincente Farinelli, la cartografia ha già da tempo compiuto, proiettando sulla superficie piana della carta un’immagine, una rappresentazione del tutto fittizia della Terra, che tuttavia è indispensabile per poterla com-predere, ossia per poterla catturare, padroneggiare, conquistare e dominare. La potenza di cattura del dispositivo cartografico è la stessa di quella che farà dire a Sir Francis Bacon nel Novum Organum scientiarum (1620): «Tantum possumus quantum scimus», frase condensata nella formula: «scientia potestas est», che, non a caso, sarà ripresa da Thomas Hobbes, per cinque anni segretario di Bacone e ideatore dello stato moderno territoriale, la più potente macchina per il governo dello spazio, nel De homine (1658): «Scientia potentia est». La stessa che indurrà Galilei, il fondatore del metodo scientifico, a sostenere che la natura è come un libro – potremmo dire una tabula – e per leggerlo e capirlo è necessario comprenderne il linguaggio. Questo «grandissimo Libro» – scriveva Galilei ne Il Saggiatore (1623) – «è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto»17.

Come, infine, sosterrà Cartesio, il mondo non è che res exstensa, ob-jectum, ciò che sta di contro ad un sub-jectum che è res cogitans, oggetto della sua rappresentazione. È nel breve arco di un secolo, tra Cinque e Seicento, che la ragione moderna affila le proprie armi per la conquista del mondo, un mondo che può dominare, solo in virtù della sua riduzione a rappresentazione e calcolo, proiettando su di esso la propria forma mentis, fino al prospettivismo di Nietzsche, estrema radicalizzazione del soggettivismo di Cartesio e di Kant, secondo l’audace interpretazione di Heidegger18, per il quale la “verità” del mondo non è altro che la finzione prospettica delle categorie che “inventiamo” per comprenderlo, mossi soltanto dalla nostra volontà di potenza della conoscenza.

La globalizzazione non è che l’esito ultimo di questo processo, la riduzione di tutta la terra a spazio omogeneo e vuoto, una radicale Ent-ortung [de-localizzazione], come l’ha chiamata Schmitt, che cancella luoghi e confini, estrema forma di un nichilismo spaziale che imprime ai mille volti della Terra un’unica maschera uniformante. D’altra parte essa, realizzando, per la prima volta nella storia dell’umanità, l’unità integrale del mondo, potrebbe anche essere il contrario dell’ennesima rappresentazione cartografica del nostro ecumene, restituendoci la possibilità, come Schmitt e Jünger, per quanto in modi diversi, auspicavano, di sentirci nuovamente figli della Terra.

Caduti i confini tracciati more geometrico sulle carte, ci viene lanciata, allora, una provocazione ancor più ardua dello spalancarsi dell’Oceano di fronte a Colombo. La sfida di sentirci appartenenti ad un’unica «comunità di destino», come l’ha chiamata Morin19, la possibilità di tornare a riconoscerci figli della Terra, che è la madre di tutti gli uomini, la quale non ha confini, non perché sia uno spazio omogeneo e vuoto, ma, al contrario, perché essa si compone di luoghi, irriducibilmente differenti, ciascuno dei quali contribuisce a comporre un variegato quadro d’insieme.

Solo da quel mare di differenze che è il Mediterraneo, dal suo essere singolare-plurale, al contempo uno e molti, universo e pluriverso, si può trarre un modello alternativo20 all’uniformazione globale del mondo, purché l’Europa sappia nuovamente rispecchiarsi nelle sue acque e ritrovare così in esse il modello per ripensare la propria identità plurale, che non sopporta la cancellazione delle differenze. Solo a partire da un’Europa mediterranea potrà sorgere quel contro-movimento capace di scongiurare i rischi omologanti di un mondo globalizzato.

È questo il dilemma di fronte al quale l’Europa, oggi più che mai, si trova; il dilemma tra quelle due anime, esemplarmente rappresentate da Ulisse e Colombo, che, soprattutto con l’inizio della Modernità, costituiscono il suo più profondo dissidio, quella che la lega alla sua culla e alla sua origine: il Mediterraneo, con il suo senso del limite e della misura,e quella che incessantemente l’attrae oltre quei confini avvertiti come troppo angusti, e la sospinge verso mari ignoti, più aperti, verso l’infinito spazio libero e vuoto dell’Oceano, verso l’Illimite e l’Uniforme. Proprio questa attrazione fatale oltre i confini mediterranei, all’inseguimento del sole che muore, ha condotto l’Europa al suo fatale declino, soppiantata da quel Continente che aveva “scoperto”; non nuova terra, ma illimitato continente oceanico che dall’Oceano desume la sua forma di esistenza acquatica. Confinato entro l’angusto spazio museale di un mare della memoria archeologica, offerto al consumismo turistico, trasformato in cimitero marino dei disperati della terra che lo attraversano su precarie imbarcazioni in cerca di una vita migliore, il Mediterraneo è diventato un piccolo mare interno di crociere, periferico e bellicoso.

Non comprenderemmo dunque nulla dell’attuale processo di globalizzazione se non partissimo proprio da qui, dal tradimento, da parte dell’Europa, della misura mediterranea e dalla sua hybris di varcare limiti e confini; dalla seduzione dell’Oceano, dal suo spazio omogeneo e vuoto, privo di attrito, da cui sorse la ragione strumentale moderna, il suo preventivo fare tabula rasa, al fine di poter meglio calcolare, progettare, trasformare, operare. Di qui, anche, da questa de‑cisione oceanica, che recide ogni rapporto con la terra, scaturì il pensiero tecnico-economico che, nel nome dell’Occidente, si è imposto sull’intero orbe terracqueo, unificandolo all’insegna di quell’uniformità che caratterizza il nuovo monoteismo dell’era globale, quello del Mercato. Potente reductio ad unum, questo processo solca culture, lingue, paesaggi differenti, riducendoli a un’indistinta superficie oceanica, ovunque imprimendo il medesimo sigillo, la medesima impronta, cancellando la singolarità dei luoghi, la specificità delle culture e tutto rendendo perfettamente omogeneo, monocromatico, come tra cielo e mare.

Lambita da entrambi questi mari, l’Europa è ormai costretta a decidersi tra Atlantico e Mediterraneo. Che cosa rappresentano da un punto di vista geofilosofico e geosimbolico queste due distese acquatiche? Quale significato ha questa alternativa?

Il Mediterraneo è «un mare circondato da terre, una terra bagnata dal mare»21, come lo ha definito Matvejević. Il continuo confronto con l’elemento terraneo fa di questa distesa d’acqua uno spazio sempre limitato, costretto a misurarsi con la stabilità della costa, con la pluralità delle isole che emergono sulla sua superfice. Un mare da costeggiare, senza mai poter prendere davvero il largo. Mai distesa a perdita d’occhio, ma sempre esperienza del limite, del confine, che non separa soltanto, ma anche mette in rapporto. Pluriverso di lingue, paesaggi, culture differenti, in cui le diverse appartenenze sono costrette al confronto, al dialogo, al tradursi l’una nell’altra, alla con‑vivenza. Un mare da attraversare da porto a porto, un mare di scambi e di relazioni, in cui la terra si affaccia senza prepotenza, senza arroganza, senza la statica fissità del Continente.

L’Oceano è invece distesa smisurata a perdita d’occhio, senza limiti, senza confini. Ovunque spazio omogeneo e vuoto, senza più terra a delimitarne i bordi. Senza più equilibrio fra terra e mare, senza misura. Simbolo di una volontà di potenza che impone il proprio dominio in modo uniforme, l’Oceano è emblema dell’Illimite, di quell’ansia di andare senza tornare, di quella volontà di potenza che spinge a oltrepassare ogni misura e che caratterizza l’animo faustiano dell’Occidente, la sua brama di dominio planetario, negatrice di ogni differenza. Il continente Nord-americano, che da entrambe le sue sponde su di esso si affaccia, è emblematica incarnazione di questo fondamentalismo del mare che, senza più terre con cui misurarsi, non conosce l’arte, tutta mediterranea, della lentezza, del dialogo e del confronto, poiché ha cancellato ogni altro da sé.

Tra queste due diverse superfici acquatiche, tra la piatta distesa oceanica dell’Illimite ed il frastagliato e raccolto spazio del Mediterraneo, di un mare sempre tenuto a freno da terre, si colloca allora la decisione cui è chiamata l’Europa e dalla quale dipende non solo il suo avvenire, ma anche il futuro assetto del mondo globale22.

Si tratta di tornare a interrogare il senso della nostra storia, di ricordare ciò che storicamente e geofilosoficamente significa per noi, cittadini di Europa, il Mediterraneo. Esso rappresenta l’esperienza, unica al mondo, dell’incontro tra mare e terra, di uno spazio di condivisione che separa e divide, ma anche collega e unisce, favorendo gli scambi tra identità che, nell’incessante dialogo, vogliono restare differenti, ma che, pure, si nutrono della loro inevitabile contaminazione. Nella sua pluralità di confini e frontiere, è stato luogo di scontro, ma anche di straordinario incontro, di inesauribile confronto con un altro, di cui si riconosce la differenza. Da questo mare plurale è nata l’Europa, pluriverso irriducibile di popoli e lingue, costretti a dialogare tra loro, costretti alla fatica incessante della traduzione. Questo antico mare circondato di terre potrebbe essere modello per una configurazione al contempo universa e pluriversa del mondo, e l’Europa, ritrovando il Mediterraneo, il suo mare, potrebbe assurgere a modello, a sua volta, per un nuovo nomos, tra terra e mare.

Oggi che, come tante altre volte anche in passato, le culture e le religioni del Mediterraneo si combattono, offrendo lo spettacolo sconfortante di un mare di guerre, potrebbe sembrare del tutto irrealistica la prospettiva di un mare di pace, della convivenza tra popoli e civiltà differenti. Gli imperi che sui suoi bordi si sono avvicendati hanno quasi sempre ceduto alla tentazione dello scontro per stabilire il proprio predominio su questo mare interno; eppure, al di là della storia, troppo spesso sbrigativamente ridotta a cronaca di battaglie tra vincitori e vinti, ai sogni ambiziosi dei Signori della terra di turno, la cultura mediterranea può testimoniare anche di un’altra storia, forse meno appariscente, ma certo più duratura, quella che gli uomini e le donne dei paesi che si affacciano sulle sue rive hanno vissuto, intrecciando duraturi dialoghi con le altre sponde, costruendo lentamente e faticosamente una fitta rete di parole, di gesti, di abitudini, di modi di pensare e di pregare, di forme di esistenza comuni e condivise. Una trama fittissima che non è difficile riconoscere ovunque sulle sponde di questo mare che vorremmo ancora chiamare nostro. Una cultura riconoscibile nella sua composita unitarietà, ma altrettanto – e giustamente – gelosa custode delle sue interne differenze, singolare e plurale al tempo stesso, modello pluriverso e policentrico per un’Europa che solo guardando al suo mare, al Mediterraneo, potrà forse evitare di perdersi nell’Oceano di un Impero mondiale indifferenziato, unificato solo dagli imperativi degli interessi economici e finanziari.

Il Mediterraneo è l’unico modello che conosciamo di un possibile nomos della terra pluriverso, in cui Oriente e Occidente, Nord e Sud del mondo possano ciascuno, nel confronto con l’altro, ritrovare la propria misura, non a partire dalla brutale forza della potenza tecnica ed economica, ma dal riconoscimento dell’inestimabile ricchezza delle proprie irriducibili differenze, nel segno non dell’ostilità e dello scontro di civiltà, ma dell’ospitalità e della traduzione.

 

Note con rimando automatico al testo

1 Per una più ampia e approfondita risposta a questa domanda, cruciale per il destino dell’Europa e per l’insieme di quella che chiamiamo cultura europeo-occidentale, mi permetto di rinviare a C. Resta, Geofilosofia del Mediterraneo, Messina, Mesogea, 2012. Punto di riferimento irrinunciabile sono anche: M. Cacciari, Geo-filosofia dell’Europa, Milano, Adelphi, 1994 e Id., Arcipelago, Milano, Adelphi, 1997. Di particolare interesse per la nostra prospettiva: F. Cassano, Il pensiero meridiano, Roma-Bari, Laterza, 1996 e F. Cassano, D. Zolo (a cura di), L’alternativa mediterranea, Milano, Feltrinelli, 2007.

2 Pur nella sua apparente semplicità, ci pare che la definizione di Horchani – in effetti una tra le tante che avremmo potuto scegliere – colga bene e senza particolare enfasi i caratteri salienti di questo mare: «Il Mediterraneo può essere definito con relativa facilità. Si tratta di un mare semi-chiuso sulle cui rive vivono popoli tanto diversi, ma allo stesso tempo tanto simili. È un mare in mezzo alle terre e dominato da queste, un mare in cui i popoli per la loro posizione geografica sono condannati a vivere insieme, a incontrare gli stessi problemi, ad avere gli stessi timori e a provare le stesse speranze». F. Horchani, Tradizione e modernità: le condizioni del dialogo fra le due sponde, trad. it. di K. Poneti, in F. Horchani, D. Zolo (a cura di), Mediterraneo. Un dialogo fra le due sponde, Roma, Jouvence, 2005, p. 159. Come ha scritto Matvejević, «il Mediterraneo è un luogo unico sul nostro pianeta: culla di civiltà, terra di dèi, giardino dell’Eden per taluni. In breve, un mare che unisce e divide». P. Matvejević, Mediteranski Brevijar, Zagreb, Graficki zavod Hrvatske, 1987;trad. it. di S. Ferrari, Mediterraneo. Un nuovo breviario, Milano, Garzanti, 1991, p. 21.

3 F. Braudel, Méditerranée, in F. Braudel et al., La Méditerranée, Paris, Flammarion, 1985; trad. it. di E. De Angeli, Mediterraneo, inF. Braudel et al., Il Mediterraneo. Lo spazio la storia gli uomini le tradizioni, Milano, Bompiani, 1992, pp. 7-8.

4 J. Derrida, L’autre cap suivi de La démocratie ajournée, Paris, Minuit, 1991; trad. it. di M. Ferraris, Oggi l’Europa, Milano, Garzanti, 1991, p. 14.

5 Su questi aspetti mi permetto di rinviare a C. Resta, L’Estraneo. Ostilità e ospitalità nel pensiero del Novecento, Genova, il melangolo, 2008.

6 È questa quella che Braudel ha chiamato «l’essenza profonda del Mediterraneo», la sua «unità originale». F. Braudel, Mediterraneo, cit., p. 9.

7 Franco Cassano ha in più occasioni insistito sul carattere pluriverso di questo ambito geostorico: «Il Mediterraneo che emerge non è un’identità monolitica, ma un multiverso che allena la mente alla complessità del mondo, agli ibridi, agli incroci, alle identità che non amano la purezza e la pulizia, ma conoscono da tempo la mescolanza». F. Cassano, Contro tutti i fondamentalismi: il nuovo Mediterraneo, inV. Consolo, F. Cassano, Rappresentare il Mediterraneo. Lo sguardo italiano, Messina, Mesogea, 2000, p. 61. Sul carattere paradigmatico del Mediterraneo come «unità del molteplice» insiste anche F. Ciaramelli, Tra Ulisse e Abramo: il Mediterraneo come spazio immaginario, in D. Di Iasio (a cura di), Il Mediterraneo. Fra tradizione e globalizzazione, Lecce, Pensa Multimedia, 2007, p. 40: «A ben vedere, già dal punto di vista storico-antropologico, lo spazio mediterraneo costituisce un’unità proteiforme, cioè una realtà stratificata e complessa, che non può essere letta come portatrice di un’identità culturale monolitica. Lungi dal costituire l’espressione di un’identità unitaria stabile o di una determinata essenza geografica, storica o culturale, irrigidita nelle sue configurazioni codificate, l’area mediterranea appare innanzitutto caratterizzata dalla sua natura di frontiera instabile tra mondi diversi, su alcuni punti anche opposti, e proprio per questo reciprocamente attratti».

8 Il mito di Europa risale a fonti molto antiche, le cui prime tracce scritte si registrano ai tempi di Omero e di Esiodo, intorno all’VIII sec. a.C.

9 Il riferimento è a un verso di Paul Celan, tratto da Die Niemandsrose: «Es wandert überallhin, wie die Sprache». P. Celan, La rosa di nessuno, in Poesie, trad. it. e cura di G. Bevilacqua, Milano, Mondadori, 1998, p. 493: «trasmigra ovunque, come la lingua». Derrida si sofferma a commentare questi versi in J. Derrida, Schibboleth pour Paul Celan, Paris, Galilée, 1986; trad. it. di G. Scibilia, Schibboleth per Paul Celan, Ferrara, Gallio, 1999, pp. 43-45. Per un approfondimento della questione della traduzione, a partire da Derrida, mi permetto di rinviare a C. Resta, Poetica e politica della traduzione, in La passione dell’impossibile. Saggi su Jacques Derrida, Genova, il melangolo, 2016.

10 Cfr. W. Benjamin, Die Aufgabe des Übersetzers (1921), in Gesammelte Scriften IV/1, hrsg. von R. Tiedemann und H. Schweppenhäuser, Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1991; ed. it. a cura di E. Ganni, Il compito del traduttore, in Opere complete. I. Scritti 1906-1922, a cura di R. Tiedemann e H. Schweppenhäuser, Torino, Einaudi, 2008.

11 M.-F. Baslez, Saint Paul, Paris, Fayard, 1991; trad. it. di L. Bacchiarello,Paolo di Tarso. L’apostolo delle genti, Torino, SEI, 1993, p. 38.

12 C. Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Köln, Greven, 1950; trad. it. di E. Castrucci, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «jus publicum Europaeum», a cura di F. Volpi, Milano, Adelphi, 1991.

13 C. Schmitt, Land und Meer. Eine weltgeschichtliche Betractung, Stuttgart, Klett-Cotta, 1954; trad. it. di G. Giurisatti, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Milano, Adelphi, 2002.

14 Se nelle lingue latine Modernità, dal lat. tardo modĕrnu(m), derivato dell’avv. do, significa: ora, in questo momento e allude a qualcosa di contemporaneo, per cui il Moderno sarebbe il tempo di adesso, il tedesco Neuzeit: età nuova, tempo nuovo, insiste invece sul carattere di novità e appare più consapevole della cesura che la scoperta del Nuovo Mondo traccia nel continuum temporale della storia e del carattere inaugurale dell’avventura di Colombo.

15 C. Schmitt, Terra e mare, cit., p. 43.

16 Si deve soprattutto a Franco Farinelli (cfr. in particolare: F. Farinelli, Geografia. Un’introduzione ai modelli del mondo, Torino, Einaudi, 2003 e Id., La crisi della ragione cartografica, Torino, Einaudi, 2009) l’aver messo in evidenza la svolta epocale impressa dalla raffigurazione cartografica moderna, la quale inaugura quella che, con Heidegger, possiamo chiamare l’“epoca dell’immagine del mondo”, ossia l’epoca in cui il mondo viene ridotto alla sua rappresentazione. Cfr. M. Heidegger, Die Zeit des Weltbildes (1938), in Holzwege, hrsg. von F.-W. Herrmann, Gesamtausgabe, Bd. 5, Frank­furt a.M., Klo­ster­mann, 1978; trad. it. di P. Chiodi, L’epoca dell’immagine del mondo, in Sen­tie­ri interrotti, Firenze, La Nuova Italia, 1968.

17 G. Galilei, Il Saggiatore, a cura di F. Flora, Milano-Napoli, Ricciardi, 1953, pp. 16-17.

18 M. Heidegger, Nietzsche, Pfullingen, Neske, 1961; trad. it. a cura di F. Volpi, Nietzsche, Milano, Adelphi, 1994.

19 E. Morin, A.B. Kern, Terre-Patrie, Paris, Seuil, 1993; trad. it. di S. Lazzari, Terra-patria, Milano, Cortina, 1994.

20 Cfr. F. Cassano, D. Zolo (a cura di), L’alternativa mediterranea, cit.

21 P. Matvejević, Mediterraneo. Un nuovo breviario, cit.

22 Come ha osservato Danilo Zolo: «L’interrogativo centrale è: il “mare fra le terre” ha realmente vinto la sfida oceanica che gli è stata lanciata […] da Cristoforo Colombo e da Vasco de Gama?» D. Zolo, La questione mediterranea, in F. Cassano, D. Zolo (a cura di), L’alternativa mediterranea, cit., p. 19. Cfr. anche F. Horchani, D. Zolo, Premessa, in F. Horchani, D. Zolo (a cura di), Mediterraneo. Un dialogo fra le due sponde, cit., p. 8: «Nella sua attuale subordinazione atlantica l’Europa, dimentica delle sue radici mediterranee, subisce una grave amputazione, che è all’origine della sua debolezza identitaria, della sua mancanza di autonomia politica, della sua impotenza come soggetto internazionale. L’Europa è costretta a pensarsi come Vecchia Europa, e cioè come una fase superata dello sviluppo storico che ha portato all’affermazione della civiltà occidentale. In questa prospettiva l’Europa è identica agli Stati Uniti, salvo la sua arretratezza politica e militare, che la rende un parassita della superpotenza americana. […] Un’Europa che riscoprisse le sue radici mediterranee potrebbe profilarsi […] come uno spazio di mediazione e di neutralizzazione degli opposti fondamentalismi».