Azioni Parallele

NUMERO 4 - 2017
Azioni Parallele
è una rivista on line a periodicità annuale, che continua in altre modalità la precedente ultradecennale esperienza di Kainós.
La direzione di Azioni Parallele è composta da
Gabriella Baptist,

Aldo Meccariello
e Andrea Bonavoglia.
La distribuzione è affidata a Ergonet (VT).

La sede della rivista è Roma.

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Il mare dell’accoglienza. Mohammed Bennis e la parola “mediterranea”

 

 

qui non c’è straniero
siamo fratelli, tutti
venuti a celebrare la pura acqua*

 

1. L’“ideadel Mediterraneo

Mohammed Bennis (n. 1948) è un intellettuale marocchino, il quale, insieme con Adonis, è uno dei nomi di più alto profilo della poesia araba contemporanea. Di lui, ha scritto il poeta e saggista francese Bernard Noël:

Bennis ha costruito un’opera che deve solo alla ricerca paziente della sua propria precisione (justesse) il fatto di essere diventata esemplare nell’ambito della lingua araba. Quel che essa vi porta è un avvenire che è proprio ciò che la rende fondatrice1.


Dal 1969, anno in cui esce la sua prima raccolta di versi, ha pubblicato una ventina di libri di poesia in arabo2. È attivo, inoltre, come prosatore, come saggista, come traduttore dal francese3, nonché come promotore di iniziative culturali, quali, ad esempio, la fondazione di una rivista («La Nuova Cultura»), di una casa editrice (Toubkal di Casablanca) e della «Casa (marocchina) della Poesia». Non va poi dimenticato che è in risposta a un suo appello se l’Unesco ha proclamato il 21 marzo «Giornata mondiale della Poesia».

Uno dei motivi principali della sua intera produzione è dato da un’“idea” aperta del Mediterraneo, intesa come una chiave che «racchiude dentro di sé il principio di un presente e di un avvenire»4: come luogo di edificazione di una civiltà che sia fondata sulla convivenza pacifica e sullo scambio produttivo fra i popoli e le religioni che lo abitano. In tal senso, egli crede che le radici culturali stesse dell’Europa siano da rintracciare non solo nella tradizione giudaico-cristiana, ma – nondimeno – anche in quella arabo-islamica.

Nel 2009, è uscito in italiano il volume: Il Mediterraneo e la parola. Viaggio, poesia, ospitalità5, una raccolta di sue conferenze, interventi e poesie che hanno come tema comune proprio il Mare nostrum, visto come quello spazio che, mentre dovrebbe prima di tutto unirci, di fatto, invece, ancora profondamente ci divide.

La storia della cultura mediterranea non solo prevede lo scambio, ma gli assegna una funzione di “creazione”. E in questo scambio creativo colgo ciò che perpetua l’essenza del Mediterraneo in quanto dimora comune, a prescindere dall’immaginario generalizzato. Storia latente. Sepolta sotto i fasti di un discorso che enfatizza l’elemento di separazione a discapito del sentimento di condivisione. È questa storia della cultura che oggi ci chiama a valorizzare ciò che dovrebbe restare la nostra dimora comune, in un tempo in cui l’atteggiamento di chiusura è dominante e rischia di restare la sola scelta, come lasciano presagire i fanatici di ogni fazione. Ogni volta che lo spirito poetico sembra compromesso, le lettere, le arti, le dottrine filosofiche, mistiche e scientifiche mi conducono verso un Mediterraneo di ospitalità6.


Nella formula latina, appena ricordata, che indicava il Mediterraneo come Mare nostrum, il problema è, cioè, proprio quello di come intendere la specificazione nostrum: se come l’imprimatur di una proprietà eurocentrica ristretta o come una risorsa messa a disposizione di tutti i popoli dell’area interessata, così da dotarli di un contrassegno decisamente più allargato di cittadinanza7.

Al riguardo, non va dimenticato che se – storicamente – due sono le “rive” che si affacciano sul Mediterraneo, è accaduto che quei valori della libertà, della diversità, dei diritti dell’uomo, della democrazia, della condivisione e della cooperazione di cui, da tempo immemorabile, esso può essere considerato il simbolo siano divenuti un possesso esclusivo della «riva Nord», mentre per la «riva Sud» – che è proprio quella che lo aveva sempre visto come uno «spazio geografico aperto» – si siano tradotti in asservimento al modello egemonico imposto dall’altra. È come se i pregiudizi fondamentalisti occidentali avessero ottenuto di privare la civiltà araba della sua identità mediterranea, facendo sì che essa andasse irrimediabilmente perduta.

La cultura araba è mediterranea nell’essenza8.


Sui rischi insiti in una «euro-latinizzazione del Mediterraneo», Bennis è ritornato anche in altre occasioni, una delle quali già precedentemente ricordata. Qui, scrive che, a causa di un’interpretazione «unidimensionale», di taglio, cioè, esclusivamente economico-politico, la «riva Sud» si è ridotta a essere solo «un bottino messo (se non sottomesso) a disposizione della riva Nord». E aggiunge:

Si tratta di un antagonismo tra due visioni che vige, più che tra la riva Nord e la riva Sud, tra la cultura di una parte e la politica e l’economia dell’altra9.


Si è appena parlato di due “rive”. Ma, come modulazione di esse, esistono anche tante “sponde”: una molteplicità di voci che sono sempre state in fitto e continuo dialogo fra di loro, a tal punto che si può propriamente parlare di una «comunità mediterranea», dove la «coesione culturale» ha avuto un «valore ben più significativo del sangue versato in guerre che hanno visto cadere e risorgere i popoli»10.

E proprio una tale eredità è ciò che ci impegna maggiormente, oggi, nella lotta per un «futuro da difendere»: per la costruzione di un Mediterraneo come «dimora comune», al di là delle barriere di ordine geografico, linguistico, politico o culturale.

L’adozione di questa prospettiva non esclude una consapevolezza delle differenze e delle peculiarità. La storia dello scambio creativo è sempre stata una storia in movimento, in cui le visioni si perdono per ritrovarsi nell’alcova della bellezza, della solidarietà, dell’infinito11.


Bennis passa poi a definire meglio che cosa intende con la nozione di «scambio creativo»: un qualcosa che non è mai stato interamente esautorato dai vincoli istituzionali, ma che – nutrendosi soprattutto di iniziative individuali – si è sempre aperto un varco di libertà ai margini di essi, che non si è mai ridotto al piano di una semplice «transazione» mossa da obiettivi di profitto, ma che ha puntato piuttosto «all’essenziale nello sviluppo di idee e destini». Si è trattato di un’«azione di donare e ricevere», la quale si è realizzata «in e attraverso le opere».

Grazie alle traduzioni, innanzitutto, ma anche con l’accoglienza dello straniero12.


Il problema è che, oggi, questa civiltà mediterranea dell’Altro rischia di essere cancellata dal processo di globalizzazione in atto. Non si tratta più semplicemente del fatto che una riva vuole imporre la sua visione monocentrica all’altra, ma del tentativo, da parte di un gruppo di multinazionali, di asservire entrambe le rive a un’unica causa. Una causa che delega al sistema imprenditoriale – e non più alla libertà di espressione a carico di ognuno di noi – il compito di approntare le condizioni preliminari per la produzione culturale. Nostro dovere è, allora, di ripensare la nozione stessa di impresa, mettendola non in alternativa, ma al servizio della cultura, «senza scardinarne la struttura»13. E questo perché la cultura è la sola istanza capace di guidarci nella ricostruzione del Mediterraneo nel suo profilo fondamentale di “idea”: l’unica a far sì che esso possa «servirsi del contesto della globalizzazione senza esserne asservito»14.

Se consideriamo la cultura come elemento fondatore (e confederatore), la ricostruzione del Mediterraneo diventerà il bacino di un umanesimo nuovo, […] di un nuovo Rinascimento15.


Il fatto che il Mediterraneo presenti il profilo fondamentale di un’“idea” significa, così, che esso si trova dovunque e in nessun luogo in particolare: non si limita ad un’estensione puramente geografica, ma fa udire la sua voce “ospitale” ogni volta che, in una poesia, è presente il tema del viaggio e risuonano i valori dell’accoglienza e dell’interculturalità.

Ogni volta che mi trovo nella poesia sento il Mediterraneo divenire la mia casa aperta […]. Aperta su uno spazio infinito16.

 

2. Le voci della poesia

Ma dove l’Altro e lo straniero sono stati sempre “di casa” è proprio nella poesia: qui, scardinando i sistemi di valori identitari e aprendo un varco all’ignoto, hanno fatto sì che da essa si sprigionasse una luce sorgiva che ha la proprietà di alimentarsi unicamente di sé stessa.

Questa luce si genera con la poesia e al suo interno, in funzione della sola ragione poetica17.


Bennis chiama «movimento azzurro» una tale luce18: una forza sotterranea che percorre la poesia «senza curarsi di alcun divieto», che, cancellando ogni riferimento, «non minaccia né l’accoglienza dell’altro né l’atto della scrittura». Dietro il velo dell’«io trasparente», segnalato, grammaticalmente, dal pronome personale o da un verbo coniugato alla prima persona, c’è, infatti, l’«io della poesia»: esso, nella sua consistenza flebile, corrisponde allo stato di sospensione di un respiro, in cui – ai confini della regione del silenzio – risuonano le «voci dei morti e dei vivi invisibili».

È questo che in un testo poetico esprime l’etica dell’accoglienza dello straniero19.


La parola poetica è abitata, pertanto, da voci che la attraversano e che marcano una soglia che ci fa accedere all’«estasi dell’ascolto». In tal senso, essa è «una parola che nasce, di una nascita rinnovata», che vive in uno stato permanente di trance: «una parola che prolunga la parola», che la «fa durare» e che, solo a questa condizione, permette alla lingua di toccare la sua purezza, ossia di mantenersi in quella «continuità di produzione» che costituisce il «plusvalore del senso».

La trance è la forza che fa emergere la lingua dalla parola poetica in un inizio che non aveva avuto e la proietta verso dove non è ancora20.


E poiché la poesia è canto, scrittura del canto, quest’ultimo non è soltanto un fondersi e un sovrapporsi di voci, ma, appunto, quel soffio leggero e quel respiro – emersi dal nulla – che, attraverso il suono, scandiscono le vibrazioni ritmiche del silenzio.

Il canto procede come spinta da un silenzio all’altro. […] [In tal modo] la poesia è [ogni volta] la stessa e un’altra21.


Cavalcando egli stesso il «movimento azzurro», Bennis giunge a definire, così, la sua poesia come quella che ha sempre «accolto gioiosamente lo straniero nella sua lingua e nella sua cultura, […] nel rispetto delle leggi dell’ospitalità»22, come quella che ha coltivato il seme dell’impuro e dell’ebbrezza fino a quando esso ha conseguito la cifra della misura, della sobrietà e della purezza. Il punto è che se la lingua, in quanto tale, mette in crisi qualsiasi concezione identitaria, la poesia che, attraverso di essa, si cala nell’abisso dell’ignoto, per poi risalire di nuovo alla superficie, approda a una terra che sta sotto il dominio dello stesso, ma che sporge, contemporaneamente, anche sull’esterno, sul dissimile e sull’Altro.

[I]l Mediterraneo rappresenta l’avvenire della poesia araba, ad esso si è rivolta in cerca di un modo nuovo di nominare le cose, di un nuovo rapporto con sé e con l’altro23.


Ne discende che solo quando è mossa da un’istanza di così alto profilo, solo quando declina l’appartenenza come apertura sull’ignoto e sull’infinito, la poesia abbandona ogni logica identitaria e arriva a contenere in sé una metafisica e «un sapere in fieri»24. Nel senso che, unicamente in tal modo, essa può far leva su una lingua nel cui segno provvede a ripensare tutti quei «nomi delle cose che definiscono l’essenza e il mondo»25.

 

3. La promessa della lingua

La minaccia che incombe sulla poesia nel tempo in cui domina la logica del profitto e della globalizzazione è un motivo ricorrente nella riflessione su di essa di Bennis. La poesia, come un tempo era stata bandita dalla città ideale di Platone, così oggi è bandita dalla città planetaria. Il rischio più grande, in tutto ciò, sta nel fatto che l’essere umano viene privato dell’essenziale: la lingua.

La globalizzazione accelera l’abbandono della lingua. […] Ogni poeta moderno, nel nostro mondo mediterraneo, […] si trova a confrontarsi con l’abbandono della lingua26.


Se, infatti, la fonte della poesia si estingue, le conseguenze ricadono immediatamente anche sulla lingua, perché la prima è l’elemento naturale in cui mette radici la seconda:

la sua matrice, la sua acqua, e la sua luce.


Il gesto di libertà di cui si fa carico, oggi, la poesia si presenta, allora, come un cammino verso la «promessa della lingua», in quanto «promessa di eredità e di ospitalità»27, come una risposta a quel sentimento di perdita dell’umanità, che si acuisce sempre più, di giorno in giorno, cui essa intende prestare generosamente la sua voce:

nella distruzione di ogni bene comune dell’umanità la parola rischia di non essere più in grado di far durare la parola […]. La poesia si scontra oggi con la realtà della perdita della parola nella vita umana. […] Perdita della parola, delle lingue28.


Il fatto preoccupante è che, in età di globalizzazione avanzata, i discorsi dominanti, in quanto asserviti all’egemonia consumistica e mediatica, non ci aiutano a prendere coscienza di questo fenomeno relativo alla perdita della parola, perché insistono solo sul tema dello scontro fra le civiltà, dichiarando guerra ai fantasmi del terrorismo e del fondamentalismo, definiti di esclusiva matrice islamica.

Ma la poesia, dovendo opporre, appunto, resistenza a un tale irreversibile processo, non va vista come una semplice «parola complementare all’esistenza e al senso».

Essa è l’esistenza e il senso. E tutto ciò che è essenziale non può essere cancellato né ignorato29.


In sostanza, poiché la posta in gioco della poesia è la sua voce, e il poeta non deve mai dubitare di essa, egli, facendosi carico del destino della lingua, si fa carico, così, anche del destino della stessa poesia. E per preservare quel «plusvalore del senso» che costituisce il valore aggiunto di quest’ultima non c’è che un compito cui dedicarsi: mantenere sempre aperto lo spazio dell’ospitalità delle lingue, delle culture e delle civiltà, offrendo alla parola la possibilità di dialogare con il suo futuro e con il suo passato, con sé stessa e con l’altro, nel quadro di un’impresa dal respiro corale e senza fine. Questo dialogo deve mettere capo a un atto di estrema modestia davanti alla poesia, in quanto, lasciando emergere la memoria storica comune alle parti che sono in esso coinvolte, giunge a riconoscere che, in tal modo, è stato compiuto un passo decisivo oltre il poetico stesso:

offrire alla parola ciò che va oltre la parola, e alla poesia quel che va oltre la poesia. Dare alla poesia un tempo in un futuro che resti futuro, infinito, impossibile30.

 

 

Note con rimando automatico al testo 

* M. Bennis, Canto per il giardino dellacqua.

1 B. Noël, Je suis lautre, prefazione a M. Bennis, Le don du vide (1992), tr. fr. di B. Noël, L’Escampette, Bordeaux 1999, p. 11. F. Corrao, Classicismo e libertà in Mohammed Bennis, in «Oriente Moderno», 1997, n. 2-3, pp. 223-9, lo ha definito, invece, come la «punta di diamante dell’avanguardia letteraria del Marocco» (p. 223).

2 Al momento, l’unica raccolta poetica di Bennis tradotta in italiano è Il dono del vuoto, a cura di F. Al Delmi, San Marco dei Giustiniani, Genova 2001. Nel 2006, essa gli ha procurato il Premio Città di Calopezzati (Cz) per la letteratura mediterranea.

3 Nel quadro di questa attività, da ricordare è, in particolare, la sua versione in arabo di Un coup de dés di Mallarmé (Ypsilon, Paris 2007).

4 M. Bennis, La Méditerranée: pluralité culturelle et destin commun, Postface a Aa. Vv., Le nouvelle Méditerranée. Conflits et coexistence pacifique, a cura di D. Bendo-Soupou, L’Harmattan, Torino-Parigi 2009, p. 420. D. N. Simeone, Mohammed Bennis: la scrittura come dimora dellAltro, in «OMeGANews. Giornale dell’Osservatorio Mediterraneo di Geopolitica e Antropologia», 2 maggio 2014, ci conferma che una tale “idea” può fungere da cifra riassuntiva di tutta l’opera di Bennis proprio in quanto quest’ultima può essere definita come una forma di «letteratura migrante mediterranea».

5 A cura di F. Corrao e M. Donzelli, tr. it. di F. De Luca e O. Capezio, Donzelli, Roma. Il libro contiene i seguenti testi: Tra due paure (pp. 3-9), La cultura mediterranea e lo scambio creativo tra le due sponde (pp. 11-25), Il Mediterraneo e la poetica del viaggio (pp. 27-30), Laccoglienza dellaltro e il movimento azzurro della poesia (pp. 31-43), Destino della poesia, destino della parola (pp. 45-64), Poesia e modernità nel mondo arabo (pp. 65-78). Inoltre, qui, tra le poesie antologizzate (pp. 81-103), si trova anche quella da cui sono tratti i versi posti in esergo (alle pp. 93-6: p. 93).

6 Ivi, p. 12.

7 L. Canfora, Mare nostrum, in Aa. Vv., Il mare nostro è degli altri (quaderno speciale di «Limes. Rivista italiana di geopolitica»), Gruppo Editoriale l’Espresso, Roma 2009, pp. 61-5, ci conferma del fatto che l’espressione in questione si costituisce nel segno della consapevolezza imperiale romana di disporre del pieno controllo sul Mediterraneo. Essa sarà poi usata anche da Mussolini, nel quadro di un disegno geopolitico di predominio sul mare.

8 Il Mediterraneo e la parola, cit., pp. 3-4.

9 La Méditerranée: pluralité culturelle et destin commun, cit., p. 421.

10 Il Mediterraneo e la parola, cit., pp. 11-2.

11 Ivi, pp. 12-3. Sulla diversità come risorsa e come valore si è pronunciato anche l’altro grande poeta arabo, prima ricordato, Adonis, il quale, in una «Conversazione» tenuta con F. Corrao, curatrice della raccolta antologica di sue poesie, Nella pietra e nel vento, Mesogea, Messina 1999, cui fa da premessa, ha affermato categoricamente quanto segue: «Per me il secolo futuro [leggi: quello presente] è un secolo meticcio oppure non è» (p. 45).

12 Ivi, p. 14.

13 Ivi, p. 20.

14 Ivi, p. 18.

15 La Méditerranée: pluralité culturelle et destin commun, cit., p. 422. In tal senso, Bennis ha proposto di fondare un’«Accademia della Cultura mediterranea», intesa come un’istituzione d’eccellenza destinata a promuovere e a tutelare tutti quei valori, fondati sullo «scambio creativo» fra i popoli dell’area in questione, estranei alla logica tecnocratica del profitto e del mercato. Cfr. Il Mediterraneo e la parola, cit., p. 23.

16 Ivi, p. 29.

17 Ivi, p. 38.

18 In questa evocazione dell’azzurro, da parte di Bennis, M. Donzelli, La forza creatrice della parola mediterranea, postfazione a ivi, pp. 105-17, segnala un richiamo esplicito del poeta a Kandinskij, presso il quale un tale colore indica il momento in cui l’uomo, nell’atto in cui è attirato verso l’infinito, sente accendersi in lui un desiderio di purezza e una sete soprannaturale.

19 Ivi, pp. 38-9.

20 Ivi, pp. 45-7.

21 Ivi, pp. 29-30.

22 Ivi, p. 39.

23 M. Bennis, Lestetica della poesia araba moderna nell’ambiente mediterraneo, in Aa. Vv., Lestetica nella poesia del Mediterraneo, a cura di F. Corrao, Liceo Ginnasio «G. G. Adria», Mazara del Vallo 1999, p. 44.

24 Il Mediterraneo e la parola, cit., p. 40.

25 Lestetica della poesia araba moderna nell’ambiente mediterraneo, cit., p. 44.

26 M. Bennis, La poesia e lappello alla promessa, in «www3.unisi.it/semicerchio/upload/appello.pdf», p. 2.

27 Ivi, p. 4.

28 Il Mediterraneo e la parola, cit., pp. 50-1.

29 Ivi, p. 54.

30 Ivi, pp. 63-4.