Azioni Parallele

NUMERO 4 - 2017
Azioni Parallele
è una rivista on line a periodicità annuale, che continua in altre modalità la precedente ultradecennale esperienza di Kainós.
La direzione di Azioni Parallele è composta da
Gabriella Baptist,

Aldo Meccariello
e Andrea Bonavoglia.
La distribuzione è affidata a Ergonet (VT).

La sede della rivista è Roma.

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Philip Ball, L’invisibile. Il fascino di quel che non si vede

 


 

 

 

Philip Ball

Linvisibile
Il fascino di quel che non si vede

tr. it. di D. A. Gewurz

 

 

Torino, Einaudi, 2016, pp. XVI, 352, 

€ 32,00  ISBN 9788806223038

 

 

 

 

 

 

 

 

La sfera dell’invisibile tra scienza e occultismo

Philip Ball, uno dei più accreditati divulgatori di scienza viventi, nel suo libro Linvisibile. Il fascino di quel che non si vede, muove dal fatto che l’invisibilità è un “segreto” con cui noi, da sempre, abbiamo familiarità: attraverso miti, leggende, fiabe. Qui, essa non è ottenuta né a prezzo di compromessi, né grazie a procedimenti macchinosi, ma è un qualcosa che si limita semplicemente ad accadere e nessuno ne è mai particolarmente sorpreso.

Tradizionalmente, tre sono le cose con cui l’invisibilità ha avuto soprattutto a che fare: il potere, la ricchezza e il sesso, se non tutt’e tre insieme. Suo dominio indiscusso è stata la sfera non della tecnica, ma della morale. Come insegna anche Platone con il mito dell’anello di Gige, il quale, una volta che arriva a disporre di essa, architetta subito un piano audace e disonesto, seducendo la moglie del re di Lidia e impadronendosi del potere uccidendolo.

Un altro tratto strutturale è che, nel mondo antico, l’invisibilità non è mai un potere che sta nelle mani di qualcuno, ma una condizione che si ottiene grazie a oggetti –come, appunto, l’anello – nel momento in cui essi vengono portati addosso. Il fatto poi che l’invisibilità sia un topos nei racconti per l’infanzia dipende da un particolare del tutto naturale all’universo mentale del bambino: il credersi capace di sparire a piacimento, con il solo chiudere o coprirsi gli occhi. Qui, per invisibilità, egli intende, però, non l’essere celati alla vista, ma il semplice sottrarsi alla presa dello sguardo altrui. «Considerato in questo modo, il potere di scomparire […] non ha niente di straordinario […]. È un potere che abbiamo tutti ma che dobbiamo abbandonare insieme all’infanzia» (p. 10).

Le origini storiche dell’invisibilità risalgono al Medioevo e alla fiducia universale che a quel tempo si nutriva nell’efficacia delle arti magiche. Ogni trattato sull’argomento era incompleto se non conteneva istruzioni per procurarsela attraverso incantesimi. Maghi, per i Greci, erano uomini provenienti dalla Persia e, in generale, dall’Oriente, capaci di prestazioni che suscitavano meraviglia e timore. Fino al secolo XIII, tutti concordavano su un punto: per compiere magie, bisognava avvalersi dell’aiuto di demoni. Dal Rinascimento in poi, si pensa, invece, che la magia attinga a energie che, per quanto invisibili, non sono necessariamente demoniche. La natura stessa è vista come una sfera permeata di forze occulte, in grado di produrre effetti mirabili. Padroneggiarle equivaleva a dominare la natura, in vista di un obiettivo che, in seguito, sarà fatto proprio dalle scienze. «I primi scienziati come Galilei, Boyle e Newton […] presero in prestito e modificarono lo schema delle forze invisibili» (p. 25). Newton, in particolare, intende la gravità proprio come una forza invisibile che produce effetti verificabili, senza, però, che noi arriviamo a sapere nulla circa la sua causa. Nel secolo XIX poi l’idea di un meccanismo della forza autonoma torna a riapparire sotto la forma di uno dei concetti centrali della fisica moderna: quello di “campo”.

In età moderna, nella misura in cui la magia tende a saldarsi con le arti meccaniche, l’invisibilità diviene un’abilità illusionistica di cui fanno sfoggio, soprattutto, i prestigiatori. «La rete occulta della magia naturale si stava sciogliendo; il mondo si faceva disincantato» (p. 41). Si rianima con l’invenzione della fotografia, la quale, fin dai suoi inizi, è usata tanto per documentare il visibile quanto per rivelare l’invisibile, nonché della cinematografia, dove l’apparecchio destinato alla proiezione appare come la versione aggiornata di una lanterna magica. I pionieri del cinema provano un grande fascino per l’invisibile, tant’è che i film sui fenomeni spettrali e soprannaturali sono tra i primi generi cinematografici. Ma a ripopolare il mondo di spiriti provvedono anche i mezzi di registrazione come il fonografo, nel suo realizzare il miracolo di mantenere in vita la voce dei morti, nonché la radio e la televisione, nel loro produrre fantasmi di pura consistenza mediatica. In particolare, a sancire il tratto di continuità fra magia e tecnologia c’è il fatto che i mezzi di comunicazione hanno il loro ambiente naturale proprio in quell’elemento che, nell’epoca classica, costituiva la dimora del mondo invisibile: l’etere. Elemento che collegava l’universo fisico con quello spirituale e della cui esistenza quasi nessuno scienziato dubitava.

L’esistenza dell’etere viene accreditata anche dalla scoperta dei raggi X: radiazioni invisibili dotate di un potere intensissimo di penetrazione, le quali, già per il nome con cui furono designate, davano l’idea di un qualcosa di sinistro e di occulto. Ed è senz’altro indicativo il fatto che molti studiosi di questi raggi nutrissero un serio interesse per il paranormale. «La scienza e lo spiritismo si alimentavano a vicenda» (p. 106). Il secondo sale alla ribalta, infatti, quando la prima, con l’invenzione del telegrafo, dimostra la possibilità di una comunicazione a lunga distanza, ossia di un qualcosa che, in precedenza, era di competenza solo della sfera dell’occulto. E se la telegrafia sembrava avvalorare lo spiritismo, quella senza fili, ossia le trasmissioni che sfruttavano le onde radio, forniva una prova ancora maggiore al riguardo, presentando parecchi tratti in comune con fenomeni paranormali, quali, ad esempio, la telepatia. Nasce e si sviluppa, così, una vera e propria tecnologia dell’occulto, la quale si avvale degli studi sperimentali sui rapporti fra luce, elettricità e materia. In particolare, si avanza l’idea che possa esserci un nesso fra la radiazione elettromagnetica e la forza psichica sprigionata da un medium nel momento in cui realizza le sue stupefacenti imprese. Significativamente, tutto ciò porterà all’invenzione del tubo a raggi catodici, ossia di ciò che sarebbe poi diventata la televisione.

Nel Novecento, la scoperta che anche l’atomo è un’entità composta è anticipata dalle speculazioni di chimica occulta che giungono ad assottigliare la percezione fino a una soglia microscopica. La fisica era ormai «avviata irrevocabilmente su una strada che costringeva gli scienziati, sempre più, a dedurre dalle loro conseguenze visibili l’esistenza di entità invisibili, che fossero atomi, elettroni o fotoni» (p. 149). La maggioranza di essi è convinta, infatti, che il nostro mondo visibile, per quanto abbia un nucleo di persistenza, non è che un’illusione creata da «sensazioni attivate da campi di forza invisibili» (p. 151). Dove c’era una particella solida, essa non poteva che essere una semplice concrezione nell’etere.

Con la progressiva smaterializzazione del mondo, promossa dalla fisica tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del secolo scorso, fino alla teoria odierna delle stringhe, trova sempre più credito l’idea secondo cui il dominio visibile non può essere l’unica realtà. Quando i cosmologi, oggi, parlano di svelare i “misteri” dell’universo invisibile, «si rifanno a un retaggio che se lo conoscessero, non approverebbero, ma che non possono negare». A loro volta, gli astronomi non dubitano che, nell’universo, «debba essere presente la materia oscura, perché senza i suoi effetti gravitazionali le galassie in rotazione dovrebbero disgregarsi» (p. 163). E “oscura”, in quanto non interagisce né con la luce, né con nessun’altra radiazione elettromagnetica, così che essa è diversa da qualsiasi forma di materia nota.

Ma, in parallelo con la smaterializzazione del mondo, nel Novecento, si diffonde sempre di più anche la convinzione secondo cui il potere dell’invisibilità debba annidarsi nella mente dell’uomo. Il dominio di un tale potere viene ricercato, perciò, non più nell’etere, ma nel cervello. La psicoanalisi dimostra, in fondo, proprio questo, ossia che se l’invisibilità ha la sua sede nella mente, essa vi sta in compagnia di impulsi oscuri e poco raccomandabili.

E arriviamo, così, a quella tecnologia dell’invisibile che caratterizza, in particolare, gli ultimi anni del nostro secolo. Nel 2006, ad esempio, alcuni scienziati americani hanno annunciato l’invenzione di uno scudo di invisibilità, dato da un oggetto che non si vede, a condizione di evitare che la luce rimbalzi su di esso. Siamo nel dominio “metamateriale” di ciò che si chiama ottica delle trasformazioni, dove si studia il percorso che la luce avrebbe seguito qualora l’oggetto non fosse stato presente. Ne discende il principio secondo cui anche la luce è manipolabile, con la conseguenza che, procurando l’«apertura di un buco nello spaziotempo» (p. 312), si dà la possibilità di introdurre delle modifiche addirittura nella storia. La qual cosa è stata sempre il sogno della magia, così che, da questo punto di vista, si può dire che la scienza, oggi, l’abbia portata veramente a compimento.