abbiamo aggiornato l'informativa sui cookie

Azioni Parallele

NUMERO 5 - 2018
Azioni Parallele
è una rivista on line a periodicità annuale, che continua in altre modalità la precedente ultradecennale esperienza di Kainós.
La direzione di Azioni Parallele è composta da
Gabriella Baptist,

Aldo Meccariello
e Andrea Bonavoglia.
La distribuzione è affidata a Ergonet (VT).

La sede della rivista è Roma.

Nuova informativa sui cookie

AP on line e su carta

AP 4 - 2017

indice completo


AP 3 - 2016


indice completo
[compra il libro
presso ARACNE]


AP 2 - 2015
apri l'indice
indice completo
[compra il libro 
presso ARACNE]


 AP 1 - 2014
apri l'indice
indice completo
[compra il libro 
presso ARACNE]


LIBRI - SEMINARI

Mounier
di Giuseppe D'Acunto e 
Aldo Meccariello 


compra presso l'editore Chirico


Modern/Postmodern
ed. MANIFESTO LIBRI
 
[compra presso IBS]


Solitudine/Moltitudine
ed. MANIFESTO LIBRI
[compra presso IBS]

 

Informazioni e visite

Abbiamo 260 visitatori online

OS
Linux w
PHP
5.5.37
MySQL
5.5.5-10.1.33-MariaDB
Ora
13:55
Caching
Abilitato
GZip
Disabilitato
Visite agli articoli
433084

Siti "paralleli"

Siti amici di "Azioni Parallele"  

Afghanistan: l’“ipocrisia duratura”

 

(La guerra è finita?)

La parola “ipocrisia” deriva dal greco: ὑπό (sotto) – κρίσις (giudizio); è l’atto proprio dell’attore, poiché egli rappresenta un ruolo che non è il proprio nella vita quotidiana, “sotto” al quale nasconde (occulta) il suo giudizio. In tutto l’affaire dell’Afghanistan, includendo la manipolazione delle cinquemila vittime innocenti di New York (di fronte alle quali si deve essere solidali, per le quali nessuno può rallegrarsi e meno ancora gestirle cinicamente per altri fini, mai mostrati pubblicamente; fini che rimangono occulti, e da qui l’“ipocrisia”), ci sono differenti livelli interpretativi che come in un gioco di specchi riflettono un senso, ma ne lasciano nell’ombra molti altri.

Afghanistan, regione centrale dell’Asia centrale!

Alessandro vi arrivò nel 328 a.C., esattamente a Ghasni (pochi chilometri a sud di Kabul). I Seleucidi greci la occuparono come provincia orientale (a partire dal 301 a.C.). Il buddismo arrivò nei suoi deserti e nelle sue montagne al tempo del re hindù Asoka (272-231 a.C.). Appartenne poi al regno di Battriana (dal 231 a.C.) e fu il centro dell’impero Kushàn o Kushanas (fino al 227 d.C.). Il suo primo re conosciuto è stato Kanishka I (2-23 d.C.), entusiasta simpatizzante del buddismo. I persiani Sasanidi occuparono il territorio afgano per cinquecento anni (226-750 d.C.). Negli ultimi 1250 anni la presenza dell’Islam è divenuta stabile. Kabul è sempre stata la “porta” dell’India, percorso obbligato delle carovane che dall’India andavano verso la Persia, Bisanzio o la Cina. L’Afghanistan non è lontano da Samarcanda e Buchara, la terra del filosofo Avicenna. Centro geopolitico del mondo antico!

Regione centrale dell’Asia centrale!

Davanti alla guerra che contempliamo quotidianamente attoniti e preoccupati, l’intellettuale guerriero Samuel Huntington potrebbe farci credere che si tratta de Il conflitto di civiltà, come di una Riconfigurazione dell’ordine mondiale1, ma, in realtà, è qualcosa di più semplice e chiaro, il cui senso si trova coperto da un groviglio di argomenti e dichiarazioni puramente apparenti. Henry Kissinger ha insegnato che la geopolitica non si ispira alle buone intenzioni, bensì alla difesa dei “propri interessi” (in questo caso quelli nordamericani). Ci inculcano, da destra e da sinistra, che questa guerra è una “crociata contro il terrorismo”, come se la CIA non fosse la maestra del terrorismo in Africa (contro l’Angola, per esempio) o in America latina, sin dal 1954 (dal colpo di Stato in Guatemala contro Jacobo Arbernz), passando per i “Contras” (terroristi contro il governo democratico del Nicaragua, che aveva destituito il tiranno Somoza educato nelle scuole militari del Nord America) fino ad arrivare ad oggi. Come se i terroristi oggi perseguitati in Afghanistan non fossero quei disciplinati “apprendisti stregoni” di quella stessa scuola (cioè, si fa uso o di un Noriega come “spia” a Panama o dei gruppi armati dei fondamentalisti islamici contro l’antica URSS, che poi si incarcerano o si distruggono come terroristi, quando non servono più ai loro “interessi”). “Terrorista” è, secondo la definizione oggi vigente, colui che attenta ai “nostri attuali interessi”. I terroristi di oggi si sbagliano, allora, perché non sanno che i “nostri interessi” sono cambiati (gli interessi nordamericani), e rimangono ostinatamente a sostenere “i nostri insegnamenti” (gli insegnamenti nordamericani) nei confronti dei “nemici” (nemici dei nordamericani) di ieri, o, ancor peggio, pretendono di scoprire nuovi “nemici” (che sarebbero i loro maestri – nordamericani – del terrorismo di ieri).

Alcuni pensano che gli Stati Uniti siano entrati in un labirinto senza uscita (dicono i russi, facendo un confronto con la loro guerra in Afghanistan a “bassa tecnologia”); altri pensano che non potranno uscirne vincitori (perché adesso “si impantanano” in un conflitto senza fine per conseguire un governo stabile); altri ritengono che la prossima guerriglia gli costerà molte vite; altri ancora sostengono che non troveranno mai Bin Laden e perciò non potranno presentare il “cattivo” dei film western; o che lo presenteranno morto e perciò fabbricheranno un martire musulmano che sarà un nemico peggiore che da vivo, in quanto morto eroicamente nell’immaginario del popolo umiliato; ecc. Ciò che questi vaticinatori non avvertono è che la guerra ha già raggiunto, sostanzialmente, i suoi obiettivi; per quegli “interessi” di cui parla Kissinger la guerra è già terminata, cioè si è ottenuta la vittoria. Ma in che consiste questa vittoria? Nell’aver posto basi, nell’aver installato per “sempre” (come recita la banconota da un dollaro: “novus ordo seculorum”: per l’eternità) l’esercito nordamericano nel Nord dell’Afganistan, nel “centro dell’Asia centrale”. Mi spiego.

Gli Stati Uniti, durante la Guerra Fredda – così chiamata dai produttori di armi, non dai popoli del Vietnam, del Mozambico, del Nicaragua, del Kossovo o dell’Afghanistan, che la “sentono” molto calda – furono il baluardo del diritto internazionale dell’ONU e di altri organismi, per opporsi all’URSS. Dal 1989 questa politica non è più necessaria. Peter Spiro2 mostra come gli Stati Uniti si ritirino da, e si oppongano a tutti gli organismi internazionali (non pagano le quote dell’ONU, non appoggiano il Tribunale Internazionale, non firmano il protocollo di Kyoto, non tentano di ridefinire la Banca Mondiale e l’FMI, si oppongono a una effettiva forza internazionale di pace dell’ONU, non approvano la legge della Convenzione del Mare, né la Convenzione della Diversità biologica, ecc.). Lo stesso milionario e filantropo George Soros3, che non può essere accusato di essere di sinistra, indica la necessità per le istituzioni internazionali di evitare la futura grande crisi globale finanziaria che si annuncia, ma ritiene che gli Stati Uniti siano oggi il nemico principale di tali misure e delle istituzioni politiche globali. Soros chiama la dottrina dell’isolazionismo nordamericano il nuovo «fondamentalismo del mercato» (market fundamentalism)4, al quale appartiene certamente l’équipe di G. W. Bush. Propone, in opposizione alla attuale politica estera nordamericana, un’«Alleanza di Stati democratici» di tutta la Terra. Devo riconoscere che paradossalmente l’opera di Soros è molto più interessante, aggressiva e realista che la visione postmoderna di Hardt-Negri5.

In effetti, se consideriamo, anche solo superficialmente, gli ultimi tre conflitti armati, possiamo vedere che c’è un crescente “isolazionismo” o un aumento di autonomia nell’operare degli Stati Uniti. Nella Guerra del Golfo gli Stati Uniti hanno operato con l’appoggio dell’ONU, della NATO, dei Paesi arabi e di molti altri Paesi del Terzo Mondo, nella Guerra del Kossovo hanno contato sul solo appoggio della NATO, mentre nella Guerra dell’Afghanistan hanno deciso ed operato da soli. Non c’è stata la necessità di nessuna collaborazione effettiva, di nessuno all’infuori dell’esercito nordamericano (l’appoggio di Blair, con soldati inglesi o tedeschi, ecc., sono puramente simbolici). Si può, quindi, confermare ancora una volta l’ipotesi della politica dei «new sovereigntists» di Spiro e del «fondamentalismo del mercato» di Soros.

Ma, infine, che cosa si è cercato strategicamente in queste tre guerre? Sempre uno stesso obiettivo: l’espansione globale della presenza militare degli Stati Uniti – come garanzia dell’espansione del mercato globale con speciale riferimento alla fonte principale di energia: il petrolio. Perciò, possiamo concludere che gli Stati Uniti hanno già vinto la Guerra dell’Afghanistan, come hanno vinto la Guerra del Golfo anche lasciando al potere Saddam Hussein – che non può opporsi affatto ai loro “interessi”. La mia ipotesi è la seguente.

Le cinquemila vittime newyorkesi dell’attentato, triste e ripugnante prezzo all’irrazionalità terrorista (che condanniamo), e le migliaia di civili morti per i bombardamenti e successivamente per la fame, la denutrizione, l’impoverimento, le reciproche vendette tra afghani, ecc., triste e ripugnante prezzo dell’irrazionalità opposta (del «fondamentalismo del mercato», della destra fondamentalista cristiana nordamericana, degli strateghi del Pentagono, perché le cose potevano svilupparsi in altro modo, ma in quel caso non si sarebbe ottenuto il compimento degli “interessi” strategici, che sono protetti dal “metterci il cappello” sull’80% delle riserve di petrolio dell’umanità, che si trovano a poche migliaia di chilometri attorno all’Afghanistan, limitrofe all’antica URSS, alla Cina, e vicino all’India; cioè, il centro geopolitico militare ed energetico non soltanto dell’Asia, bensì dell’umanità nella sua totalità) sono la giustificazione apparente e il costo di un’occupazione geopolitica decisa anticipatamente come compimento di “interessi” non confessati.

Per tutto ciò protesto contro l’uso ipocrita del dolore del popolo newyorkese per scatenare una guerra programmata da tempo, ma cinquemila vittime hanno permesso di abbattere i muri che il buon senso e la razionalità avevano innalzato per impedire di scatenare tale guerra con tanta distruttrice veemenza. Si è manipolato il dolore, il patriottismo, lo spirito del “Far West” (“Portatemelo vivo o morto!”) e altre motivazioni sane, nobili, possibili, occultando (da cui il sotto, ὑπό, della ὑπό-crisia) i fini strategici, gli “interessi” reali dell’industria americana (le centinaia di migliaia di milioni investiti adesso per decisione del Congresso nella produzione di armi in tempi successivi alla “Guerra Fredda” e altri piani sinistri, come lo “scudo stellare” che protegge il popolo dominatore e lascia non protetto il resto dell’umanità) e in particolare occultando gli interessi dei petrolieri del Texas.

La Guerra del Golfo ha permesso agli Stati Uniti di imporre la loro presenza, per sempre, in Arabia Saudita (la “Terra Santa” dell’Islàm) e in Kuwait (nel centro del Medio Oriente petrolifero). La Guerra del Kossovo, non diretta dai petrolieri, ha posto in secondo piano la Russia post-URSS (che non ha potuto aiutare il suo alleato serbo, ortodosso e slavo) e ha disposto a suo piacimento dell’Europa con la NATO. Nella Guerra dell’Afghanistan, che è già terminata strategicamente, gli Stati Uniti avranno basi nel Nord dell’Afghanistan, per sempre, e qualunque sia il nuovo governo e il suo orientamento sarà debitore al Pentagono per avere distrutto i Taleban, cioè, sarà dipendente e permetterà di far passare gas e petrolio dai paesi vicini, oltre a garantire altri servizi eventuali nel futuro.

L’umanità, al contrario di ciò che pensa Wallerstein – che ho incontrato in un convegno l’anno passato in Lussemburgo, insieme a Samir Amin, Pablo Gonzalez Casanova e altri amici –, secondo il quale gli Stati Uniti hanno iniziato la loro decadenza, dovrà forse considerare con attenzione le parole di George Soros e tentare un’«Alleanza degli Stati democratici» per cominciare il lento compito della costruzione di istituzioni internazionali e politiche efficaci e globali. I nuovi e antichi, i micro (di Michel Foucault) e i macro (di Karl Marx) movimenti sociali dei popoli esclusi devono continuare i loro compiti quotidiani di critica, di azione solidale, di organizzazione locale e globale. L’«Impero» – sia quello di Hardt-Negri che quello di Soros – è per disgrazia in piena salute…, ma non bisogna dimenticare che “i suoi piedi sono di argilla”. L’“argilla” è la fame dei popoli e il loro amore per la Vita. Benché ci si voglia incamminare verso il suicidio collettivo (anti-ecologico e guidato in modo devastante dal «fondamentalismo del mercato») pensiamo che la Vita sia più forte della Morte!6

 

(Traduzione dallo spagnolo di Antonino Infranca.)

(
Scritto al tempo della presidenza di G. W. Bush, questo articolo
di Enrique Dussel - inedito in italiano - mantiene la sua attualità.) 

 

 

Note con rimando automatico al testo

1 S. P. Huntington, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, New York, Simon and Schuster, 1996. Dico guerriero, perché una delle sue conclusioni finali è quella di «mantenere la superiorità tecnologica e militare dell’Occidente sulle altre civiltà» (trad. sp. México, Paidos, 2001, p. 374). Quando scrive «Occidente» si deve leggere: Stati Uniti.

2 P. J. Spiro, The New Sovereigntists: American Exceptionalism and Its False Prophets, in «Foreign Affairs», vol. 79, n. 6, nov.-dic. 2000, pp. 9-15. Bradley and Goldsmith scrivono in «Harvard Law Review» (1997) che «not only does the United States have the power to reject international regimes, but in many instances the federal government has a constitutional duty to reject them». Ivi, p. 13.

3 G. Soros, Open Society. Reforming Global Capitalism,New York, Public Affairs, 2000, pp. 330 e segg.

4 «It may be a shocking thing to say, but the United States has become the greatest obstacle to establishing the rule of law in international affairs». Ivi, p. 333.

5 M. Hardt, A. Negri, Empire, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 2000, dove l’«Impero» si volatilizza, lo Stato si anarchizza e il «cittadino globale» rimane senza mediazioni politiche strategiche.

6 Cfr. la mia Etica de la Liberación, III ed., Madrid,Trotta, 2000.