AZIONI PARALLELE 
non ha scopo di lucro, non propone alcuna pubblicità e ha come unico interesse la diffusione della cultura.
Pertanto, le immagini pubblicate si attengono all'a
rticolo 70, comma 1bis della legge sul diritto d’autore, dove si afferma che è possibile
la 
"libera pubblicazione attraverso la rete Internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro".

Azioni Parallele

NUMERO  7 - 2020
Azioni Parallele
 
Rivista on line a periodicità annuale, ha ripreso con altre modalità la precedente ultradecennale esperienza di Kainós.
La direzione di Azioni Parallele dal 2014 al 2020 era composta da
Gabriella Baptist,
Giuseppe D'Acunto,
Aldo Meccariello
e Andrea Bonavoglia.
Sede della rivista Roma.

Nuova informativa sui cookie

AP on line e su carta

 

AP 6 - 2019
FALSIFICAZIONI
indice completo


 AP 5 - 2018
LA GUERRA AL TEMPO DELLA PACE
indice completo
(compra il libro
presso ARACNE) 


AP 4 - 2017
SCALE A SENSO UNICO
indice completo
(compra il libro
presso ARACNE
)


AP 3 - 2016
MEDITERRANEI
indice completo
[compra il libro 
presso ARACNE]


AP 2 - 2015
LUOGHI non troppo COMUNI
indice completo
[compra il libro 
presso ARACNE]


 AP 1 - 2014
DIMENTICARE
indice completo
[compra il libro 
presso ARACNE]



 

 I NOSTRI 
AUTORI

Mounier
di A. Meccariello e G. D'Acunto
ed. Chirico

[compra presso l'editore Chirico]


Modern/Postmodern
ed. MANIFESTO LIBRI
 
[compra presso IBS]


Solitudine/Moltitudine
ed. MANIFESTO LIBRI

[compra presso IBS]


 Vie Traverse
di A. Meccariello e A. Infranca
ed. ASTERIOS

[compra presso IBS]


L'eone della violenza
di M. Piermarini
ed. ARACNE

[compra presso ARACNE]


La guerra secondo Francisco Goya
di A. Bonavoglia
ed. ASTERIOS 

(compra presso ASTERIOS)

Azioni Parallele

“Non raccontarmi storie!” - Osservazioni su “L’odio è antiquato” di Günther Anders

 

Il saggio “L’odio è antiquato” (Die Antiquiertheit des Hassens) dello scrittore, poeta e filosofo tedesco Günther  Anders1 (Günther Stern, 1902-1992), è stato pubblicato per la prima volta nel 1985 in due occasioni: la prima nel volume collettivo dal titolo Haß. Die Macht eines unerwünschten Gefühls2 e la seconda nel quotidiano Frankfurter Rundschau”, con il sottotitolo Wie ein Gefühl überflüssig gemacht wurde3.

La sua intenzione era includerlo come parte del terzo volume de L’uomo è antiquato (Die Antiquiertheit des Menschen),4 opera che non vide mai la luce perché sfortunatamente la morte lo sorprese a Vienna il 17 dicembre del 1992.

Il tema dei sentimenti occupa una posizione importante nelle riflessioni di Anders. Nel primo volume della sua opera principale, L’uomo è antiquato (1956), Anders presenta la tesi della “discrepanza prometeica5(prometheische Gefälle): la distanza cioè, tra le capacità dell’essere umano e il mondo, tra le facoltà umane e la civilizzazione tecnica che lo stesso essere umano ha costruito. Questa “breccia prometeica”6 che definisce con esattezza come “l’asincronizzazione ogni giorno crescente tra l’uomo e il mondo dei suoi prodotti, la distanza che si fa ogni giorno più grande,7 si dà, secondo lui, nelle forme più diverse. Ad esempio, tra fare (Machen) e rappresentare (Vorstellen): “Possiamo fare la bomba a idrogeno ma non siamo in grado di raffigurarci le conseguenze di quel che noi stessi abbiamo fatto”; tra agire (Tun) e sentire (Fühlen): il nostro sentire arranca dietro al nostro agire: con le bombe possiamo distruggere centinaia di migliaia di uomini, ma non compiangerli o rimpiangerli8.

Secondo Anders, la sensibilità umana non è sincronizzata con la catastrofe; l’essere umano, scrive in uno dei suoi ultimi lavori, è incapace di “reagire in modo “emozionalmente adeguato”9.L’apparato emotivo non è all’altezza della situazione, bensì ne è sempre il fanalino di coda.

Tutta l’opera di Günther Anders è un abile tentativo di cercare di descrivere le conseguenze catastrofiche di questa o quell’altra discrepanza o breccia il cui processo si avvicina a una fenditura universale10, sempre più lontani da una riconciliazione; dove l’essere umano ha sempre meno controllo su ciò che fa, produce, sente o pensa. Questa discrepanza possiamo rappresentarla con la figura del criceto che corre nella ruota: quanto più corre, più si muove la ruota. La ruota corre più veloce del criceto e quest’ultimo non riesce mai a superarla perché è lui stesso a darle l’impulso. L’essere umano è come il criceto che non riesce mai a superare la velocità della ruota da lui stesso messa continuamente in moto.

La metafora del criceto mostra la struttura base della discrepanza ed evidenzia, allo stesso tempo, l’impossibilità di chiuderla: è un processo che si rinvigorisce permanentemente, di modo che la riconciliazione finale è vana perché ogni suo passaggio contribuisce a rigenerare il processo stesso. Qualsiasi tentativo di chiudere la breccia, la incrementa. Qualsiasi tentativo di controllarla, lungi dal ridurla, le dà una nuova vita; più e più volte la incrementa e la rinnova, visto che la ripresenta ad un livello sempre più ampio e complesso. Ed è la struttura di questo fenomeno quella che, stando alla base di tale situazione, costringe l’uomo a correre in modo sfrenato e senza fiato, senza un proposito e senza fine. Nella “ruota” l’uomo appare di fronte a sé stesso e agli altri come un essere alienato nel suo tempo esistenziale e rispetto ai suoi obiettivi. Prigioniero di un meccanismo che lo supera e del quale a malapena si rende conto. La metafora del criceto è forse una delle metafore che meglio illustra la voragine della civiltà industriale contemporanea perché riflette la miscela di potere e impotenza il cui sviluppo riproduce la sua propria dinamica distruttiva. Una situazione che in certo modo Friederich Schiller aveva già annunciato: “[L’uomo] eternamente legato solo ad un piccolo frammento del tutto, luomo stesso si forma solo come frammento, e, sempre avendo nellorecchio il rumore monotono della ruota che gira, non sviluppa mai larmonia del suo essere e anziché esprimere nella sua natura lumanità diventa soltanto una copia della sua occupazione, della sua scienza”11.

L’odio è antiquato”è incentrato sul problema della “breccia prometeica” visto da un’altra angolazione, storicamente molto interessante, giacché rivela che la logica romantica della guerra è stata superata dal progresso tecnico. Mette in evidenza che coloro che la fanno o ne sono al comando, o continuano a essere legati a una retorica romantica che impedisce loro di stare al passo coi tempi. Con grande abilità e precisione Anders espone gli argomenti dell’incompetenza e la cecità di quei potenti che gestiscono un mondo che a malapena e forse erroneamente capiscono. Persone poste nelle più alte sfere di potere ma che restano indietro rispetto alla realtà che gestiscono.

Questo saggio, apparentemente semplice – presentato sotto forma di dialogo e diviso in quattro parti – vede come protagonisti due personaggi peculiari: il presidente Traufe (un ingenuo) e il filosofo Pirrone (uno scettico). O meglio, il protagonista è il presidente, visto che è colui al quale succede qualcosa, l’unico che ha la possibilità di evolvere; il presidente è colui che ha l’opportunità di ripensare la propria situazione.

Se ci interroghiamo sulla logica interna del dialogo o indaghiamo sul perché di questa conversazione o di cosa tratti, o dove si svolga e si sviluppi e soprattutto chi siano realmente i suoi personaggi, ci imbattiamo in una brillante costruzione scenica. Un individuo che elabora una teoria profetico-tecnologica e un altro che in apparenza è qualcuno molto importante e che tuttavia si comporta come un giovanotto, come un credulone, rispetto all’altro; ciononostante è il credulone ad avere il potere di lanciare la bomba atomica. Quello che, arrivato il momento può schiacciare il “bottone” e scatenare la distruzione di massa.

Ora, mentre questi individui stanno dialogando succede qualcosa che non viene menzionato in maniera esplicita, ma che si palesa solo attraverso ciò che viene detto. Per tanto, non è solo quello che viene espresso direttamente ma anche quello che si cela nel non detto. Il dialogo mostra in modo intelligente che il protagonista non è uno qualsiasi bensì è il presidente, un uomo senza dubbio potente che presumibilmente può fare qualsiasi cosa. Un uomo a tratti cupo e malinconico intrappolato in una autogiustificazione fragile e bugiarda, in cinici autocompiacimenti, rifugiato in retoriche antiquate che gli impediscono di guardare in faccia la verità, nonostante il suo potere; un essere ostinato con una storia assolutamente banale. Convinto dal potere che esercita su altri uomini, si rifugia nell’apparenza delle cose. Il dialogo mostra che il protagonista si trova in uno stato di coscienza che non corrisponde all’incarico che ricopre e in questo senso è rilevante solo l’incarico che ricopre piuttosto che quel che pensa. Rivela alla fine l’impotenza del presidente, visto che dal punto di vista della sua coscienza individualista non può fare nulla per cambiare la situazione.

Che tipo di dialogo è questo? È un dialogo di iniziazione del presidente, perché è l’unico che può uscirne illuminato; un dialogo di iniziazione del credulone nella mostruosità della sua situazione. Il presidente si incontra con qualcuno (il filosofo Pirrone) che per la prima volta gli mette davanti uno specchio nel quale guardarsi e spaventarsi di sé stesso. Pirrone gli distrugge la falsa immagine che ha di sé, della sua situazione e di ciò che sta facendo.

Ma qual è esattamente la situazione del presidente? La figura del presidente Traufe ritratta da Anders è quella di un uomo antiquato, installato in un’obsolescenza retorica della quale lui stesso non è cosciente. È più vicino al sentimentalismo che a un sentimento vigoroso e creativo. Incarna una morale arcaica, arretrata rispetto alla sua stessa situazione. O, meglio ancora, è un conservatore nei limiti della morale ipocrita alla quale rimane legato.

Rispetto all’odio12 , è ovvio che questo sentimento non può esistere senza un oggetto. L’identificazione di questo oggetto (nemico), sebbene fondamentale, non è sufficiente per risvegliare un siffatto sentimento. Necessita di un qualcuno che connetta la necessità di odiare con un oggetto stilizzato che lo incarni. Qualcuno deve riconoscerlo e poi costruirci su un discorso per richiamare all’odio, per dire chi dobbiamo odiare, visto che di per sé non è un fatto automatico. Quella connessione tra un “nemico” e la necessità di odiare la attua il “manipolatore” dell’odio. Quest’ultimo semplicemente si avvale della naturale voracità dell’odio, visto che, come viene detto nel testo, questa necessità e le cause dell’odio vengono già date13.

Pertanto, colui che chiama all’odio non crea né il bisogno di odiare né le cause che lo motivano, perché ci sarà sempre qualche ragione – visibile o invisibile – che lo scateni contro un certo gruppo. Quindi, il primo compito di un “Führer” o di un operatore dell’odio, che voglia servirsi della capacità di odiare gli altri, è quello di identificare un gruppo che incarni il male. Le ragioni potrebbero anche essere irrilevanti. Riferendosi ai suoi soldati, spiega il presidente Traufe: “come ho detto, amano talmente odiare, che si accontentano di chiunque. Non hanno affatto bisogno di autentici ebrei. [...]. Non ho mai avuto alcuna difficoltà a rimpinzarli d’odio, non importa verso chi. E, come ho detto, ciò funziona tanto meglio giacché essi amano più̀ l’odio in sé di quanto odino chi, di volta in volta, è odiato14. Ma la questione è ancora di una complessità astutamente squisita. Il dialogo offre un’interessante dialettica tra odio e conoscenza che dovrebbe essere osservata perché segna un argomento chiave che verrà poi superato. Dei suoi soldati, spiega ancora il presidente Traufe: “Non appena io ho inoculato in loro l’odio, allora sono anche persuasi di conoscere coloro che odiano. Essi odiano persone o gruppi non perché conoscano i loro tratti esecrabili. Al contrario, nel momento in cui odiano qualcuno, sono anche convinti di conoscerlo attraverso il loro odio. E sulla base di questa presunta conoscenza li odiano ancora di più. Esiste una bella legge:Odio presunto e conoscenza presunta aumentano vicendevolmente15.

Cerchiamo di spiegare questa “bella legge” in termini dialettici. In primo luogo, viene identificato un nemico con determinate caratteristiche negative: ad esempio, l’immigrato; poi, ci sono i motivi: è responsabile dell’insicurezza e della povertà del paese perché arriva a usurpare il lavoro dei cittadini, rappresenta una spesa aggiuntiva per lo Stato e così via. Cosa ne consegue? Naturalmente, l’odio. Sotto questa descrizione “l’immigrato” diventa il presunto nemico, un “oggetto” stilizzato dell’odio. In questo modo, si odia l’immigrato, credendo di conoscerlo (senza dubbio, non c’è odio senza conoscenza). Le persone perciò non vengono percepite più come individui concreti bensì come parte di un collettivo fittizio, completamente astratto. La dialettica è chiara: tali associazioni vengono fatte a un livello di presunta conoscenza nella quale ogni caratteristica, nel concatenarsi di quella associazione, potenzia l’odio e viceversa; così si fortifica la dinamica crescente dell’odio. Questa dialettica si fonda su una caricatura, cosicché quel particolare nemico non esiste16. Una volta che l’odio e la conoscenza entrano nella dialettica del potenziamento reciproco, l’odio si espande. L’odio è come il fuoco che si accende, si nutre e poi si consuma.

Ma, come sottolinea il presidente Traufe, questa “legge” non riguarda solo la presunta conoscenza, ma anche l’odio come presunto odio. La verità è che anche l’odio provato dai suoi soldati non è autentico: perché essi non conoscono veramente i loro nemici e ignorano anche questo. Si può davvero odiare un nemico che non si conosce? No, almeno non in modo autentico. L’odio dei soldati è un odio per l’immagine che hanno dei loro nemici, quindi, è un odio fantasmagorico, un presunto odio17, e tuttavia non per questo motivo è meno efficace.

Fin qui, la dialettica dell’odio; una dialettica per la quale il confronto personale con il nemico aveva ancora senso. Ma oggi, osserva Pirrone, non si combatte più così ed è per questo che l’odio è obsoleto; i suoi soldati, inveisce il filosofo, “restano talmente distanti dai loro cosiddetti nemici, devono puntare così lontano, che ormai non puntano più veramente, non hanno nemmeno più la percezione delle loro vittime, non sanno ormai più nulla di loro […] come potrebbe essere possibile a simili soldati nutrire odio per uomini che non hanno mai incontrato e che (considerando che saranno annientati) non incontreranno mai? E perché questi soldati, che non guerreggiano più corpo a corpo, che ormai non dividono più con i loro nemici un campo di battaglia ma, nel migliore dei casi, manovrano degli strumenti in un luogo indefinito dal quale, a vista d’occhio, non s’intravede alcun nemico... perché́ avrebbero ancora bisogno dell’odio? Non è, non sarebbe un sentimento affatto superfluo? Affatto antiquato? E perché lei dà tanta importanza alla produzione artificiale di questo sentimento superfluo?”18.

Questa dichiarazione definisce uno stadio superato. Oggi si parla già di “guerre elettroniche”, di armi di comunicazione istantanea, di fenomeni come il “telerilevamento”, i missili da crociera, le munizioni intelligenti, in cui i sentimenti di odio non sembrano occupare alcun posto rilevante o rendere più virulenta la lotta. Il progresso tecnico ha imposto una lotta a distanza in tempo reale, compensata da una trasmissione immediata, come ha detto Paul Virilio: si preme un bottone, si guarda attraverso un visore, si mandano aerei senza pilota, si collegano, si intervengono i satelliti.

Tuttavia, nella dialettica che abbiamo ricostruito c’è un aspetto che non è stato evidenziato. Non va dimenticato che l’argomento è considerato dialetticamente, cosicché l’odio è diventato obsoleto solo per motivi tecnici, ma non perché ciò che è stato detto nella seconda parte del dialogo era falso. Tecnicamente, l’odio è diventato obsoleto.

Che ruolo gioca l’odio? Questa è la discussione centrale in questo nuovo contesto. Pirrone la rafforza con la seguente domanda: “dovrebbero di fatto ancora odiare non avendo più bisogno di portarsi su un campo di battaglia per individuare i loro nemici, per combatterli e, accuratamente, eliminarli. A che scopo dunque?”19.

Il progresso tecnico ha spersonalizzato l’essere umano a tal punto che il residuo di personalismo che ancora conservava l’odio del guerriero combattendo corpo a corpo è scomparso. Può esistere una situazione più spersonalizzata di quella in cui l’odio è diretto contro una finzione? Sì, è la situazione della lotta altamente tecnicizzata che ha reso obsoleto il sentimento di odio; perché, anche in quell’obiettivo immaginario, l’odio ha ancora un residuo personalistico, è ancora legato al risentimento contro un nemico. Attualmente si uccide premendo un bottone, senza odio, vero o presunto, nella più completa astrazione.

Ora, di fronte alle scuse del presidente, che sta ascoltando qualcosa che vorrebbe davvero non dover sentire, Pirrone si scontra con lui: non raccontarmi storie! Non raccontarmi miti romantici! A suo avviso, niente di quello che il presidente vuole dire ha senso. Traufe, che si era presentato come un assassino, un malvagio manipolatore, appare ora come un uomo dotato di sentimenti. Con una frase magistrale che sarà dimostrata nella terza parte del dialogo, Pirrone riesce a invertire questa immagine: “L’onestà percepisce la bassezza [...]. Ma non il contrario20.

Questa frase annuncia una svolta nel dialogo: ora colui che sembrava malvagio è ingenuo; colui che sembrava ingenuo davanti all’onesto è il vile.

L’inversione della situazione rende chiaro che ciò che è stato detto nella seconda parte del dialogo è stata una totale assurdità. Pertanto, la frase segna l’inizio del collasso dell’odio.

Pirrone mostra a Traufe di essere un uomo demodé nella sua infamia, perché l’attuale modo di essere perverso è chirurgico; non quello del macellaio del campo che ha smembrato il bestiame. La viltà è diventata chirurgica perché non mostra emozioni o non esprime sentimenti. Di conseguenza, il presidente appartiene a una fase romantica della guerra: è sentimentale, ingenuo. Pirrone cattura letteralmente il sentimentalismo di Traufe e dimostra così di comprendere la perversione meglio del presidente stesso.

Ebbene, l’eliminazione dell’odio dal discorso attuale si basa sul fatto che oggi i soldati non sono più soldati, ma funzionari di guerra. Ciò che attualmente domina è una complessa industrializzazione del processo bellico. Procedura in cui, secondo Pirrone, “oggi il combattere deriva (anche se solo nel migliore dei casi) dal lavorare21, quindi la nozione tradizionale di “soldato” non è più applicabile. Il processo di meccanizzazione, tecnicizzazione e burocratizzazione avviene indistintamente in tutti i settori del lavoro, solo che nella guerra si tratta di esseri umani. In tutti loro, qualcosa viene prodotto in modo industriale, siano essi cadaveri o barattoli di marmellata. Si può anche dire che, fenomenologicamente parlando, il rapporto tra i lavoratori e i loro prodotti è quasi identico. Cioè, chi è inserito in un sistema automatizzato in cui tutto è stato normalizzato ed è diventato routine smette di percepire la mostruosità di ciò che sta producendo, smette di percepirla come mostruosa:i morti come «prodotti»22. In questo senso, nel contesto della guerra (del mostruoso) non si annichilisce più, si lavora. Per il funzionario che opera con apparecchi e schermi in un “combattimento” a quindicimila chilometri dall’obiettivo da annientare, la domanda sul sentimento dell’odio è banale23. Ad ogni modo, l’idea è che l’uomo è parte di un dispositivo che lo supera, un sistema che molto presto regnerà come “mero effetto scatenante”. Continuando con l’argomentazione di Pirrone: “mentre gli strumenti, comandati da strumenti, scorrazzano ligi al proprio dovere, per sterminare nell’inconsapevolezza milioni di vite. I più, lei compreso, non sanno (sapere nel senso di immaginare) e non hanno bisogno di sapere ciò che sta accadendo altrove, come per esempio l’incenerimento radioattivo di milioni di persone messo in opera in un continente agli antipodi a loro sconosciuto”.24 Gli apparati realizzano lo sterminio con una completa freddezza. Sono macchine, le quali in fin dei conti non conoscono il continente nel quale adempiono al compito dello sterminio, e inoltre le persone che le usano, restano perlopiù indifferenti ai loro effetti distruttivi (anche se conoscono l’esistenza di un tale luogo). Un problema che va in entrambi i sensi: gli apparati in quanto tali non prendono atto di ciò che stanno facendo e gli esseri umani in lontananza non sono in grado di immaginare ciò che sta accadendo. Si tratta di due forme di ignoranza: l’ignoranza strutturale, che è propria dell’apparato, e l’incapacità dell’essere umano di trovarsi nel luogo che dà la distanza. Sono ignoranze diverse, ma entrambe contribuiscono a questa situazione caratterizzata da un sistema di mediazioni che separa l’effetto dalla causa. In questo modo, il mostruoso non viene mai percepito o sentito come tale; la dissociazione conferisce naturalità al mostruoso, rendendolo apparentemente naturale.

Ma sul percorso di recupero del sentimento, Pirrone si fa una domanda inquietante basata su ciò che dicono gli idioti: “O forse anche l’odio dovrebbe essere fornito dalle macchine? Se già esistono degli strumenti capaci di pensare (come ritengono delle persone irragionevoli), perché altre macchine non dovrebbero imparare a odiare? Che nedice signor Presidente di macchine per l’odio?25. Quelli che dicono che gli strumenti possono pensare sono coloro che sono incapaci di pensare; gli idioti pensano che le macchine pensano. Se gli idioti pensano così, potrebbero anche dire che ci sono macchine che sentono. Che ne dici se proviamo... Questa è la proposta per il problema dell’assenza di odio. Ma il punto è che non puoi nemmeno più odiare. Se si analizza con attenzione, è una soluzione all’interno della propria logica. Portato all’estremo: ora il problema è che si stermina senza preoccupazioni, senza impegno emotivo, senza odio. Il sentimento di lotta è stato annientato. C’è, quindi, un nichilismo passivo a causa dello sterminio senza sentimenti. In altre parole, la guerra moderna ha sostanzialmente modificato le sue dimensioni: man mano che i “colpi” diventano sempre più globali, il sentimento si riduce a zero.

In questa fase della lotta, l’odio è diventato totalmente superfluo. Non è richiesto dalla situazione attuale segue perché è entrata in un contesto completamente nuovo, in cui quasi tutto dipende da “macchine” mediate da altre “macchine”, la cui precisione chirurgica a distanza ha eliminato la reazione emotiva. Data la situazione attuale, chiede Pirrone, “potrebbe almeno rivelarmi con quali mezzi genera l’odio affatto superfluo?26. Anche la risposta è sua: “lo fa con la creazione di nemici succedanei27.

Su questo punto di vista torniamo alla tesi del presunto odio, commentata precedentemente. Odio prodotto artificialmente. Il suo meccanismo, anche se sembra semplice, contiene una certa dose di machiavellismo: poiché l’obiettivo è quello di sterminare un certo gruppo (A), è necessario generare una caricatura di quel gruppo (B) simile il più possibile a quel gruppo (A); in modo tale che odiando B viene sterminato A. Il nemico sostituto è B, ma vicendevolmente lo sostituisce A. L’unico vero gruppo è A; B è una caricatura. A è sterminato perché la sua caricatura, che è B, è odiata. Facciamo un esempio. I nazisti, grazie alla caricatura degli ebrei (B) in cui si concentrava tutto il loro odio uccisero i veri ebrei (A), che in realtà non conoscevano. L’Ebreo di Hitler (B) non è l’Ebreo reale (A), ma un prototipo creato per generare odio e quindi giustificare l’annientamento di un tipo di essere umano in definitiva sconosciuto. Ciò legittima un’azione (penale) basata sulla finzione; nonostante ciò, la bomba non viene lanciata contro la caricatura, ma contro la gente caricaturale. Dunque, la creazione di una caricatura che permette di concentrare l’odio con l’aiuto di mezzi linguistici e caricaturali esiste solo nel campo discorsivo. Pertanto, B è la finzione discorsiva di A; è la rappresentazione vicaria di A nell’ambito del discorso.

Infine, l’apparato” tecnico che guida la guerra contemporanea ha fatto sì che siamo tutti allo stesso tempo nella retroguardia e al fronte, poiché un missile può essere lanciato o ricevuto da qualsiasi parte del globo. Visto che ogni punto è allo stesso tempo retroguardia e fronte, siamo tutti al sicuro e allo stesso tempo minacciati. La distinzione non è geografica, ma funzionale: a seconda di dove si spara o dove cade il missile, ci si trova in un luogo o in un altro. Nella misura in cui oggi i missili raggiungono qualsiasi punto del globo, cosa sia il fronte e cosa sia la retroguardia dipende dalla posizione del lancio, non da dove ci si trova. Quando qualcuno spara, il minacciato è l’altro e viceversa. Prima invece il fronte era un luogo geograficamente localizzabile; c’erano persone nel fronte e altre nella retroguardia. Ora tutti sono in entrambe le posizioni, pertanto l’architettura del pianeta è stata ridefinita dall’apparato tecnico. “L’odio è antiquato” smantella un autoinganno che rende confortevole l’esistenza a colui che si trova in quella situazione (il presidente). La maestria di Günther Anders consiste nel dimostrare che il presidente Traufe si sentiva molto più a suo agio nel credere di dover odiare i suoi rivali piuttosto che smettere di crederlo. Perciò la vita del presidente è diventata un po’ più insopportabile. Lo stesso vale per la sua totale stupidità o la sua completa demagogia. In ogni caso, il regresso rispetto alla sua propria situazione.

Gli atti mostruosi che si compiono oggi in nome di qualsiasi cosa e che utilizzano un sofisticato sviluppo tecnico (che qui chiamiamo tecnica atomica) sono accadimenti senza uomini: né noi combattiamo gli esseri umani né siamo combattuti dagli esseri umani, spiega Anders. L’odio non può trovarsi dietro a un massacro nemmeno dietro al fantasma di un massacro visto che il conflitto, l’omicidio, l’eliminazione avvengono come momento particolare di un processo con obiettivi più ampi. Il suo motore, senza dubbio, non sarà nemmeno il male, poiché il male stesso è uno scopo. Questi atti disumani, calcolati, previsti, sono, nel migliore dei casi, solo un “lavoro” che avrà in cambio la sua moneta e nella cui realizzazione l’uomo interviene immerso nella più pura alienazione.

 

[traduzione dallo spagnolo di Virginia Modafferi]

 

Note con rimando automatico al testo

1 Il testo originale corrisponde alla Prefazione intitolata “No me venga con cuentos...”, in Günther Anders, La obsolescencia del odio, Pre-Textos, Valencia, 2019, pp. 10-29. Traduzione di María Carolina Maomed Parraguez/Virginia Modafferi. La traduzione italiana è di Virginia Modafferi.

2 Renate Kahle/Heiner Menzner/Gerhard Vinnai (a cura di), Reinbek Rowohlt, Amburgo 1985, pp. 11-32.

3 Frankfurter Rundschau, 14.06.1985. Il saggio è stato inoltre tradotto in italiano e in francese in forma di volume a sé stante, si veda L’odio è antiquato, a cura di Sergio Fabian, Bollati Boringhieri, Torino 2006 e La Haine à l’état d’antiquité, a cura di Philippe Ivernel, Payot & Rivages, Paris, 2007.

4 Günther Anders, Luomo è antiquato: Considerazioni sullanima nellepoca della seconda rivoluzione industriale, vol. I, Bollati Boringhieri, Torino 2007 e Luomo è antiquato: Sulla distruzione della vita nellepoca della terza rivoluzione industriale,vol. 2, Bollati Boringhieri, Torino 2007.

5 La traduzione italiana de L’odio è antiquato traduce l’espressione “prometheische Gefälle” come “dislivello prometeico”. Traduco questo concetto come “discrepanza prometeica”.

6 “‘Prometeica’ chiamo però quella differenza che si manifesta quale breccia fondamentale; cioè quella discrepanza che sussiste tra la nostra ‘prestazione prometeica’, tra i prodotti fabbricati da noi, ‘figli di Prometeo’, e tutte le altre prestazioni, il fatto che non siamo all’altezza del ‘Prometeo che è in noi’”. Günther Anders, L’uomo è antiquato: Considerazioni sull’anima nellepoca della seconda rivoluzione industriale, vol. I, p. 253.

7 Ivi,p. 24.

8Ivi, p. 25.

9 Günther Anders, «Sprache und Endzeit», VI, FORVM, n. 433-435 (1990), p. 20.

10 Cfr. Werner Reimann, Verweigerte Versöhnung. Zur Philosophie von Günther Anders, Passagen, Viena 1990, p. 45.

11 Friedrich Schiller, Lettere sulla educazione estetica delluomo,Tradotte da Ildegarde Trinchero. G. B. Paravia & C., Torino 1882, p. 35.

12 Ci riferiamo all’odio sociale, cioè all’odio di gruppo, non all’odio di una persona verso un’altra.

13 Non c’è una fase della storia dello spirito umano che non sia stata in qualche momento priva di odio.

14 Günther Anders, L’odio è antiquato, Bollati Boringhieri, Torino 2006, pp. 18-19.

15 Ivi, p. 25.

16 Filosoficamente parlando ci troviamo di fronte a un caso di manipolazione della massa.

17 Da questo si potrebbe dedurre che lì dove c’è amore genuino deve esserci conoscenza genuina.

18 Günther Anders, L’odio è antiquato, Bollati Boringhieri, Torino 2006, pp. 29-30.

19 Ivi, p. 31.

20 Ivi, p. 26.

21 Ivi, p. 53.

22 Ivi, p. 39.

23 Forse potrebbe domandarselo quando il suo compagno lo distrae, o per gli assurdi ordini del capitano, ma come potrebbe odiare una persona che non conosce e che si trova a migliaia di chilometri di distanza.

24 Günther Anders, L’odio è antiquato, Bollati Boringhieri, Torino 2006, p. 40.

25 Ivi, p. 41.

26 Ivi, p. 42.

27 Ibidem.