Azioni Parallele

NUMERO 3 - 2016
Azioni Parallele
è una rivista on line a periodicità annuale, che continua in altre modalità la precedente ultradecennale esperienza di Kainós.
La direzione di Azioni Parallele è composta da
Gabriella Baptist,

Aldo Meccariello
e Andrea Bonavoglia.
La distribuzione è affidata a Ergonet (VT).

La sede della rivista è Roma.

-Informativa sui cookie-

MEDITERRANEI

AP - 2016

indice completo

LUOGHI non troppo COMUNI

AP - 2015
apri l'indice
indice completo

compra il libro
presso ARACNE

DIMENTICARE

AP - 2014
apri l'indice

indice completo

Compra il libro 
presso ARACNE

Informazioni e visite

Abbiamo 180 visitatori online

OS
Linux w
PHP
5.5.37
MySQL
5.5.5-10.1.18-MariaDB
Ora
04:06
Caching
Abilitato
GZip
Disabilitato
Visite agli articoli
272666

Siti "paralleli"

Siti amici di "Azioni Parallele"  

Un mare circondato da terre diverse: il Mediterraneo

 La nostra società è diventata molto complessa in un mondo sempre più uniformato e globalizzato, in cui vediamo scorrere le nostre vite tra esperienze diverse e parti di umanità variegata, multi-colore, multi-culturale e multi-religiosa che crediamo contrapposte a noi, per quanto sembri tale. Tuttavia non esiste la prospettiva uniforme attraverso la quale si possa vedere la comunità mondiale, perché non c’è una realtà monocromatica e nemmeno mono-forma, pertanto la nostra visione abituale passa attraverso un complicato caleidoscopio difficile da distinguere, e ci troviamo catapultati dentro di esso senza sapere che cosa incontreremo e dove questa visione multi-prismatica potrà condurci. Nel complesso la realtà mondiale è talmente multiforme che non possiamo esprimere con sicurezza alcun giudizio categorico, senza prima riflettere a lungo. I vari punti di vista sulle specifiche questioni culturali si incrociano con altre completamente contrarie e contrapposte, lasciandoci sorpresi, oppure convincendoci che il nostro punto di vista è il più corretto di tutti. L’errore sta nell’ignorare le diversità delle prospettive e delle opinioni che appartengono a un ambiente socio-culturale con una storia diversa dalla nostra, in cui siamo abituati a convivere e dove si è formata la cultura per noi familiare. La pluralità e il multiculturalismo sono nati con la civiltà umana, e l’incontro con il “diverso” è stato sempre difficile, perché sentito estraneo al mondo interiore ed esteriore, eppure non è mai stato un fatto impossibile. In realtà il multiculturalismo appartiene alla storia, e nessuno ha mai potuto sottrarsi ai cambiamenti storici, né arrestare i processi di trasformazione sociale e culturale. In passato non è mai esistita una cultura che sia rimasta immutata o identica a se stessa; il divenire storico è una realtà ben confermata dagli eventi. Cambiamenti epocali ed errori umani hanno segnato il corso e il ricorso storico dei popoli.

Se prima alcuni stati europei hanno colonizzato il sud del mondo, oggi assistiamo alla diaspora delle stesse genti verso il nostro continente. Nel 1500 il navigatore portoghese Pedro Álvares Cabral giunse in Brasile, spinto sicuramente dall’interesse per il commercio delle spezie; in quell’epoca gli abitanti del Brasile erano gli indigeni Indios, che apparivano diversi per il loro stile di vita indecifrabile e incomprensibile. Nel 1928 lo scrittore brasiliano Oswald de Andrade fondò la “Rivista di Antropofagia”, in un momento particolare della storia del Brasile, durante il quale la cultura europea era, per così dire, “metabolizzata” e funzionava come fermento artistico-culturale epocale. Infatti l’immagine simbolica della rivista era un Indio che si nutriva del corpo dell’avversario per acquisire le sue virtù. Il “Manifesto Antropofagico” recitava: “Tupy or not tupy, that is the question”. Penso che l’incontro di culture differenti può essere considerato un metabolismo straordinario e complicato in cui forze centripete agiscono amalgamandosi, di fronte ai movimenti migratori è impossibile fermarle.

Attualmente nel Mediterraneo questo processo di incontro-scontro tra culture diverse è rapido ed esorta a riflettere con attenzione sulle diversità. Se nei secoli passati il colonialismo caratterizzava i Paesi del sud del Mediterraneo, oggi assistiamo al movimento contrario ma con modalità completamente diverse, oltreché per ragioni nuove e assolutamente imprevedibili. Iain Chambers1 scrive che «il mare» ha una «forza metaforica», perché appare come un ponte straordinariamente facile da attraversare per una fuga rapida dalla difficile situazione vissuta e spesso al limite della sopravvivenza o di quanto un essere umano possa sopportare. Per molti il mare fa nascere un sogno da non lasciare sfuggire, che conduce a un mondo dove la fantasia lascia immaginare luoghi paradisiaci. Ma tutti sappiamo che la realtà che troveranno sarà ben diversa.

La storia non è la dimora “neutrale” di una scienza o di una verità universale; è il luogo del ri-membrare, e del ricomporre i frammenti di un’interpretazione che ravvisa i limiti della rappresentazione e la soglia del silenzio2.

Quindi non potremmo stabilire se il colonialismo, che ha coinvolto vari Paesi europei e non solo l’Italia, sia stato un evento storico giusto o sbagliato. Comunque si è trattato di un evento della storia.

 

Il colonialismo

Il colonialismo dei secoli passati ha interessato varie regioni del globo terrestre, movimenti di navigatori hanno seguito diverse rotte verso l’ignoto, alla scoperta del nuovo mondo sconosciuto, e incontrarono le Americhe, mentre nella seconda metà del XIX secolo il colonialismo europeo ha rivolto la sua attenzione verso le stesse aree del Mediterraneo da cui negli ultimi decenni emigrano migliaia di persone, seguendo un movimento esattamente contrario. Le imprese coloniali italiane furono condotte in Africa nei primi decenni del Novecento. In questo contesto la riflessione di Gramsci sulle colonie è di vitale importanza: 

Le colonie hanno permesso un’espansione delle forze produttive e quindi hanno assorbito l’esuberanza demografica di una serie di paesi, ma non c’è stato in ciò influsso del fattore “dominio diretto”. L’emigrazione segue leggi proprie di carattere economico, cioè si avviano correnti migratorie nei vari paesi secondo i bisogni di varie specie di mano d’opera o di elementi tecnici dei paesi stessi. Uno Stato è colonizzatore non in quanto prolifico, ma in quanto ricco di capitale da collocare fuori dai propri confini3.

Il discorso si presenta piuttosto complesso e nel brano dei Quaderni la nota “Colonialismo, pressione demografica e ricchezza di capitali” fa riflettere. Possiamo notare che molte problematiche sono alla base del fenomeno migrazione dei popoli con esiti inconsueti e incredibili, che gli economisti argomentano con le loro teorie.

È interessante leggere il brano in cui Antonio Gramsci si chiede quale sia l’espressione più corretta per definire esattamente l’area dell’America centrale e meridionale, in quanto la colonizzazione si è diffusa da nazioni diverse, appartenenti alla tradizione della moderna cultura latino-americana, ma con caratteristiche differenti.

È latina l’America centrale e meridionale? E in che consiste questa latinità? Grande frazionamento, che non è casuale. Gli effetti della colonizzazione in queste regioni spingono a riflettere anche sul termine più adatto da usare. Questione del nome: America latina, o iberica, o ispanica? Francesi e italiani usano “latina”, portoghesi “iberica”, spagnoli “ispanica”4.

La riflessione gramsciana conferma che non può esistere un unico termine o espressione che possa inglobare e riunire tutti gli esseri umani di una determinata area, come se fossero esattamente uguali l’uno con l’altro, e privi di differenze. Ogni individuo ha le sue caratteristiche che lo differenziano dalla comunità. Che cosa vuol dire esattamente essere brasiliano oggi, se migliaia di loro sono di origine italiana? Qual è il significato del termine “italiano”, se pensiamo alla divisione storica dell’Italia in vari stati fino al 1861? Si vuole adottare un metodo perfetto di classificazione identitaria ed etnica in cui racchiudere le categorie umane? Sarà un compito impossibile. A tale riguardo Gramsci scrive sull’“Apporto delle diverse culture europee nell’America centrale e meridionale”5. Certamente si tratta di pagine che appartengono al grande tema Americanismo e Fordismo, ma di sicuro la “Questione Meridionale” ha fatto riflettere e continua a proporsi sempre più attuale. Peter Maio ben puntualizza la questione in linea con il pensiero gramsciano:

Come tutte le regioni del mondo, il Mediterraneo può essere considerato una costruzione. Popoli diversi, lo vedono in modi diversi, secondo la rispettiva posizione sull’asse Nord-Sud. I popoli dell’Europa settentrionale, e forse di altre parti dell’emisfero occidentale, ne hanno una visione di tipo coloniale, etnocentrico ed eurocentrico. Questi popoli hanno storicamente considerato la parte meridionale del Mediterraneo come l’oggetto di una “missione civilizzatrice”. Inoltre, considerano la divisione della regione tra Nord e Sud in termini immutabili, dunque essenzialisti; probabilmente vedono anche in questa divisione, la rappresentazione della linea di combattimento tra Cristianesimo e Islam. Entro questa concettualizzazione, una grande importanza è attribuita alle tradizioni che stanno al cuore della “civiltà occidentale”, specialmente la tradizione greco-romana, di cui si nega esplicitamente o implicitamente ogni debito verso civiltà che si sono sviluppate nel Sud del Mediterraneo. Non di rado questa concezione si riscontra anche tra soggetti colonizzati6.

Nel breve brano le tematiche proposte da Peter Maio sono svariate: dall’idea attuale di “Mediterraneo” al concetto storico millenario che gli antichi testi greci e latini ci hanno tramandato, per lo più ignorato, giungendo al concetto gramsciano di “subalterno”, fino alla ben nota “Questione meridionale”7.

 

Il viaggio di Ulisse nel Mediterraneo

Un passaggio a ritroso nel tempo guidato dal desiderio di immagine esotica dell’Oriente ci spinge oltre, ma scopriamo una realtà inconfutabile, che conferma quanto argomentato da Peter Maio. Il Mediterraneo era uno spazio navigabile attraverso il quale i popoli navigavano, esplorando terre sconosciute e scambiando le merci, ma anche culti religiosi pagani, miti e storie straordinarie. Questo mare non era immobile, ma dinamico e vitale al punto tale da ispirare poeti e navigatori alla scoperta dell’ignoto, perché questo grande specchio d’acqua nascondeva luoghi sconosciuti. Ulisse è l’eroe che incanta, appena si inizia a leggere il poema omerico che a scuola il professore di lettere o di storia ha riproposto più volte ai ragazzi, impegnati dall’attrazione dei video-game. Alcune delle acque navigate da Odisseo sono quelle del Mediterraneo. Dal racconto spettacolare che questo personaggio fa, emerge un mare in tempesta, terre abitate da uomini strani e selvaggi e da creature straordinarie. Sono celebri i versi in cui Omero fa parlare Circe per avvertire Ulisse dei pericoli che incontrerà: il passaggio tra Scilla e Cariddi, localizzate nello stretto di Messina, dopo aver sentito il canto delle Sirene: 

Alle Sirene tu primamente arriverai,
che han l’arte d’affascinar le genti […] vv. 45-47
Elle sedute, allettano cantando
il passaggiero; ma non lungi un monte
si leva di spolpate ossa e d’umane
luride pelli. Per quel mar le vele
tu sforza e i remi, e chiudi a’ tuoi le orecchie
con molle cera, sì che alcun non oda
il canto lusinghier. […] vv. 52-58
Così delle Sirene
goder potrai la bella voce […] vv. 61-62

Molto si è scritto e fantasticato su questi demoni marini, per metà con il corpo di donne e per l’altra metà a forma di uccello, immagine che cattura la nostra fantasia. Apollodoro narra che mentre una cantava, l’altra suonava la cetra e un’altra ancora suonava il flauto8. Una leggenda antichissima racconta che abitassero un’isola del Mar Mediterraneo e che suonando e cantando attiravano i navigatori che passavano lì vicino; incauti non si accorgevano che le loro navi venivano catturate dai vortici dell’acqua e che si scontravano nelle rocce, fracassandosi; secondo questi racconti fantastici le Sirene divoravano i loro corpi, ma se la nave riusciva a passare oltre, sarebbero morte per sempre. Citate per la prima volta nei versi omerici, ci appaiono così belle, così ingannatrici e tremende. Ben nota è la questione della paura atavica della donna, che è all’origine di queste storie mitologiche, ma esiste anche una spiegazione abbastanza semplice e ben nota: in quello spazio di mare il movimento delle acque, pericoloso per le imbarcazioni di legno, provocava frequentemente i risucchi delle correnti che si sviluppavano, sia per i forti venti, sia per l’alta marea da un lato e la bassa marea dall’altro, fenomeno naturale esistente tuttora nello stretto di Messina. Le maree di movimento contrario avvengono proprio nello spazio di mare in cui il Tirreno incontra lo Ionio, vicino al Mediterraneo, il cui il significato etimologico è “posto fra le terre”, derivato a sua volta dal lemma greco meságeios “che sta in mezzo”; insomma un grande ponte d’acqua che unisce terre abitate da popoli diversi. Nei tempi antichi l’ignoto spingeva la fantasia oltre la realtà e faceva immaginare cose fantastiche e terribili.

Dischiuse innanzi ti vedrai due strade:
m’ascolta, e pensa qual pigliar ti giovi. […]9

Quando Ulisse dovette scegliere tra due direzioni, fu coinvolto nel movimento ingovernabile delle acque marine tra Scilla e Cariddi e qui morirono alcuni suoi compagni d’avventura. Ma prima ancora navigò vicino allo Stromboli in eruzione la cui lava raggiungeva rapidamente il mare, forse dal lato della “sciara di fuoco”.

Legno per quella via mai non si mise
che incolume n’uscisse: procellosi,
immensi flutti, e turbini di fuoco
inghiottono la nave e i naviganti. […] vv. 77-80
In mezzo al masso
s’apre una spaventosa atra caverna
che all’Orco s’inabissa. […] vv. 94-96
Quivi Scilla alberga […] v. 99

Scilla abita vicino a una caverna oscura in cui vive un mostro con dodici piedi adunchi, sei colli, alle cui estremità sporgono sei teste con altrettante sei bocche, dotate di denti acuminati10. Le teste sporgono dalla caverna e catturano i marinai. Una creatura orrenda temuta perfino dagli dei. L’altra immagine terribile riguarda Cariddi, la rupe vicina che assorbe il flutto nero del mare, lo inghiotte e lo rigetta fuori. Lì Ulisse perde i suoi compagni. Tutta la scena è mitigata dall’immagine di un grande albero di fico, stracolmo di foglie (vv. 101-104).

Il viaggio tra i versi omerici che abbiamo compiuto ci mostra un mare popolato da creature terribili con acque che divorano le imbarcazioni, inghiottendole. La fantasia serviva agli uomini del passato per contrastare le paure della navigazione verso i luoghi ignoti, ricordandoci che la mappa del mondo conosciuto era limitata, e l’orientamento delle navi di legno avveniva con l’intelligenza dell’uomo, sfruttando il vento per posizionare le vele in modo da seguire la rotta giusta.

Il fantastico viaggio che abbiamo compiuto nel mondo di Omero può farci riflettere sulla necessità di essere razionali e di non esagerare con le nostre paure di fronte alle massicce migrazioni a cui stiamo assistendo. Sempre più che mai è utile il richiamo all’etica dell’unità dei popoli, dell’integrazione, anche se i problemi logistici connessi all’organizzazione dell’accoglienza sono molto complessi e impegnano quotidianamente le regioni direttamente interessate dal flusso migratorio.

 

 

Riferimenti bibliografici 

AA.VV., Gramsci le culture e il mondo, Atti del convegno internazionale organizzato dalla Fondazione Istituto Gramsci e della IGS (International Gramsci Society Italia) il 27-28 aprile 2007, a cura di Giancarlo Schirru, Roma, Viella, 2009.

Apollodoro, Epitome VII,traduzione di Maria Grazia Ciani, in Miti Greci, Milano, Mondadori, 2008.

Apollonio Rodio, Le Argonautiche, a cura di Guido Paduano e Massimo Fusillo, Milano, Rizzoli, 1993

Iain Chambers, Le molte voci del Mediterraneo, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2007

Manlio Cortelazzo, Paolo Zolli, DELI – Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, Zanichelli, 1999

Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, a cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi, 1977.

Pierre Grimal, Enciclopedia della mitologia, a cura di Carlo Cordiè, traduzione di Pier Antonio Borgheggiani, Milano, Garzanti, 2007

Santo Mazzarino, Il pensiero storico classico, 3 voll., Roma-Bari, Laterza, 2000

Id., Scritti politici, a cura di Paolo Spriano, vol. III, Roma, Editori Riuniti, 1973

 

Note con rimando automatico al testo

1 I. Chambers, Le molte voci del Mediterraneo, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2007, p. 29.

2 Ivi, p. 30.

3 A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Le colonie, Q 8, 80,986.

4 Ivi, Q 3, 5, 290-1. America.

5 Ibid.

6 Il saggio è pubblicato negli Atti del convegno internazionale “Gramsci le culture e il mondo”, organizzato dalla Fondazione Istituto Gramsci e della IGS (International Gramsci Society Italia) il 27-28 aprile 2007. Cfr. Peter Maio, Gramsci, la «quistione meridionale» e il Mediterraneo, in Gramsci le culture e il mondo, a cura di Giancarlo Schirru, Roma, Viella, 2009, p. 210.

7 A. Gramsci, Alcuni temi della questione meridionale, in Scritti politici, a cura di Paolo Spriano, Roma, Editori Riuniti, 1973, pp. 243-265.

8 Apollodoro, Epitome VII,vv. 19-20, traduzione di Maria Grazia Ciani, in Miti Greci, Milano, Mondadori, 2008, p. 405.

9 Omero, Odissea, libro XII, vv. 45-47, traduzione di Paolo Maspero, Milano, Giuseppe Radaelli edit., 1845.

10 Cfr. Apollonio Rodio, Le Argonautiche, Libro IV, vv. 891-919.